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20101121

Uberto Pozzoli: profilo biografico



Nel 1932, per i tipi della Scuola Tipografica dell’Orfanotrofio, veniva pubblicato a Lecco il libro «Uberto Pozzoli (profilo biografico)». Autore Aristide Gilardi, che vi aveva raccolto quanto era andato pubblicando sulla rivista «All’Ombra del Resegone» dopo la scomparsa di Uberto Pozzoli avvenuta nel novembre 1930. Libro che lo stesso Gilardi volle dedicare a «Amaliuccia e Giuseppino Carissimi» (i due figli di Uberto Pozzoli) «intorno alla santa vita di vostro padre».
Ecco, a puntate, quel profilo biografico di Uberto Pozzoli.


Non dimenticheremo mai, noi che abbiamo conosciuto ed amato Uberto Pozzoli, la sera del 16 novembre 1930. Era l’ora del vespro: un vespero sereno, quieto, in cui le ultime luci di quel giorno, per noi amarissimo, svanivano nella notte che si avanzava tacita e lenta.
E il funerale, che accompagnava al camposanto il miglior dei nostri amici, si snodava solenne, interminabile per le strade manzoniane che da Olate scendono a Lecco.
Per brevi istanti, le campane suonarono a morte: poi, improvvisamente, si tacquero, soverchiate e vinte da un altro suono, ma festoso, che veniva da lontano, da altre campane, quasi che spiacesse a quest’ultime la tristezza delle consorelle e volessero mandare ad Uberto Pozzoli l’ultimo «suon de la sua terra» con note più lievi, più dolci, non per compiangere il corpo già preso dalla morte, ma per salutare lo spirito ormai accolto fra i beati.

Ricordiamo – e nel ricordo si rinnovella l’angoscia, l’impressione fisica, starei per dire, del dolore che ci opprimeva – la moltitudine immensa (più di tremila persone!) che si serrò intorno alla bara benedetta.
C’era gente di ogni età e di ogni condizione sociale: tutti commossi – piangenti, i più – e silenti, venuti al rito alieni da qualsiasi altro pensiero che non fosse quello, onorevole davvero, di rendere spontaneo omaggio al giovane ventinovenne che così presto era stato tolto alla famiglia ed alla città che in Lui e di Lui si onoravano.
E quando fummo dentro alla Chiesa – la Chiesetta di Olate – il nostro dolore si calmò: sentimmo che la sacra funzione ci levava al disopra di tutto ciò che passa e muore e ci avvicinava, dalla terra e dal tempo, a ciò che è eterno; ci metteva in comunione con la vita di quelli che solo il nostro povero linguaggio chiama morti; ci faceva sentire, come poi sempre sentimmo e sentiamo, Uberto presente. Era Lui, morto, che veniva incontro a noi, vivi, colla sua fede viva e temperava il nostro cordoglio e ci consolava, avvolgendoci in un’onda purificatrice di serenità e di rassegnazione. Capimmo allora perché il popolo fosse venuto alla dolente cerimonia ed avemmo, netta e sicura, la percezione dell’omaggio che si tributava non solo all’uomo, ma anche alle virtù che questi, intemeratamente, aveva praticato e vissuto.

Una percezione così chiara, che ci tornarono in cuore le savie parole della Bibbia in che si può compendiare tutto l’elogio di Uberto Pozzoli: quell’incomparabile elogio che ognuno testificava vero colla propria presenza e col proprio consenso: - Era un uomo semplice e retto, timorato di Dio, fuggiva il male e praticava il bene.
Proprio così, nient’altro che così. Mirabile temperamento Egli fu, in cui ogni dote – ed erano molte e cospicue in Lui – seguiva felicemente la sua orbita, ma nel centro, a reggerle e ad illuminarle, c’era la sua bontà: una bontà, la sua, che era fatta di buon senso, di ragione, di ansia, ricercata e continua, di adeguarsi all’ideale vagheggiato pur senza trascurare la realtà della vita. Questa Egli guardava con ambedue gli occhi, valutava con tutta l’intelligenza, affermava, se del caso, con tutto il cuore, ma nel far ciò Egli usava un’intima riservatezza, una superiorità di sentimento e di giudizio che nobilitavano e trascuravano il suo modo di vivere così proficuo e così intenso.
Spirito veramente singolare nel quale lo slancio del sentimento e la commozione delle aspirazioni non turbavano mai il sereno ordine della ideazione e dei suoi sviluppi. Egli aveva un’ermetica disciplina del metodo e la portava nella sua vita privata, nel ritmo della sua sagace opera di amministratore, nei suoi luminosi disegni.
Dietro il metodo stava la sua prima e grande forza: la Fede. Una Fede illuminata e vigorosa, che Lo induceva a spezzare ogni scetticismo, a fugare ogni dubbio e che Lo sorreggeva sotto l’urto dell’ingiustizia e del disinganno.
Quale omaggio Gli si tributerebbe dicendo ch’Egli fu un giovane di fortissimo ingegno?
Pozzoli stesso ci ammonirebbe, con una delle sue sintetiche ed argute espressioni, e ci direbbe, sorridendo, senza amarezza: - Il mondo è pieno di uomini d’ingegno, dei loro trionfi, delle loro egoistiche imprese. Ma l’ingegno, da solo, non basta: ci vuole, congiunta, anche la fede e la carità. – Ed Egli ebbe fede e carità armoniosamente fuse e signoreggiate all’ingegno che gli si vedeva impresso nel volto pallido e dolce.
Alto nella persona, ascetica e sottile; folti e nerissimi i capelli; vivi gli occhi e temprati al sorriso; un modo di comportarsi tutto suo, delicato  e riguardevole, unito ad una naturale spontaneità di gesti, distinti e signorili: ecco, quale appariva, all’esterno, Uberto Pozzoli. Conoscerlo ed amarlo era tutt’uno: non se ne poteva fare a meno. Era insita in Lui qualche cosa che è difficile trovare nei più, e che Lo rendeva, senza straniarlo, diverso e migliore degli altri. Quelli che hanno avuto dimestichezza con Lui sanno bene quel che io dica, anche se, come me, non riescono a ben definire in che consistesse quel fascino spirituale che da Lui emanava. 
* * * 
Era nato in Brianza, a Capriano, paese di suo papà, il 6 maggio del 1901. Era di lunedì ed era una giornata chiara, piena di sole, in cui pareva riflettersi la luminosa dolcezza di quell’anima che allora veniva alla vita. Gli fu padrino, al battesimo, il giovedì seguente, il nonno materno (propriamente nonno non era, ma solo marito, in seconde nozze, di sua nonna) quell’Uberto Riva, da poco scomparso, che molti ricordano per essere stato uno dei fondatori dell’Oratorio Maschile e del Circolo Beato Pagano. Da Lui il bimbo trasse il nome e Lui amò e ne fu ricambiato con pari, cordiale affetto per tutta la vita.
I suoi genitori, poco dopo, si trasferirono a Lecco, città della mamma, ed andarono ad abitare in Via Mascari, vicino alla Chiesa, al N. 8.

Lì, nella vecchia contrada tipicamente lecchese, Uberto Pozzoli crebbe, e a quella strada, che per Lui si animava dei più teneri ricordi della prima giovinezza, fu singolarmente affezionato così da celebrarla in una squisita poesia dialettale che Egli dettò per le nozze del più caro fra i suoi amici. Lì, nella contrada di S. Marta, (come la chiameranno sempre quelli di Lecco) c’erano, e ci sono tutt’ora, i suoi fratelli spirituali, quelli che, fino all’infanzia, Egli amò e con divise le primizie dei giuochi, degli affetti, delle gioie, e dei dolori: i giovani Erba, che formavano con Lui e in Lui una inscindibile unità di pensiero e di costumi, che Lo capivano e Lo seguivano con intelletto d’amore. Una amicizia, questa, che meriterebbe di essere ampiamente illustrata perché reca in sé un sentimento di fedeltà e di perfezione che è raro incontrare nelle vie dell’amicizia comune.
Con Carlo Erba egli iniziò e percorse le scuole elementari e tecniche ed è  Lui che narra – testimonio oculare – questo episodio che racchiude e simboleggia tutta la studiosa e caritatevole giovinezza del nostro povero amico. Uberto – che fu, costantemente, il primo della classe – aveva una speciale e spontanea predilezione per gli ultimi della scuola; quelli che, refrattari ad ogni stimolo, il maestro trascura e i compagni deridono. Li raccoglieva, nei pomeriggi di vacanza, in casa sua: rifaceva, con essi e per essi, maternamente paziente, le lezioni dell’insegnante: si industriava, amoroso, di trovare la più facile via a quei cervelli, non ottusi, ma distratti, e riusciva ad ottenere da loro quel profitto che, indarno, la scuola pretendeva da essi. Un altro, che non fosse stato Lui, avrebbe, pur indulgendo verso quei simpatici birichini, acconsentito a fare loro il compito: lo avrebbe dato loro da copiare: se ne sarebbe sbarazzato in due minuti. Pozzoli, no: sapeva, accorto, che suggerire, senza spiegare, un lavoro di scuola, era, non aiutare, ma tradire il compagno e sarebbe stato press’a poco uguale al volere esporre, all’indomani, interrogato, il condiscepolo ad una figuraccia. E non voleva, Egli, che il suo aiuto fosse solo apparente. Gli piaceva proprio e si assicurava che fosse efficace e reale.
E non si metteva in vista: (Gli sarebbe spiaciuto che fosse trapelata la notizia, fra gli estranei al piccolo mondo della scuola, che Egli era il ripetitore degli scadenti) era nemico di ogni esibizionismo; non cercava di primeggiare: richiesto – oh, questo sì! – dava, generosamente e premurosamente dava il suo ausilio.
Aveva allora dodici o tredici anni e già in Lui era così alto e vivo il senso della carità cristiana e del modo come esercitarla. Viene alla mente, ripensando a questo fatto, un verso di Dante che sembra scritto apposta per ben interpretare, in tutta la sua pienezza, lo spirito del nostro Pozzoli: 
«… Dritto zelo
che misuratamente in core avvampa». 
«Zelo, misura, avvampare» sono i cardini del suo pensiero, le basi del suo operare. Tutto Lui. Se nella scuola fu il primo, in casa fu il migliore: fu di quei figli in cui il senno si avvantaggia sull’età e i suoi congiunti, colle lacrime agli occhi, ricordano la delicata e preveggente tenerezza del loro Uberto.
D’estate, durante le vacanze, Gli pareva troppo starsene a casa a giocare – e giocava volontieri, allegrissimo, sul piccolo sagrato della Chiesa (il segradél ch’Egli più volte ricordò nei suoi articoli) – per tre mesi consecutivi e voleva, ad ogni costo, nonostante il contrario parere dei familiari, occuparsi in qualche cosa.
Aveva già  la smania del lavoro. Più per compiacerLo che per altro, si trovò  modo di allogarLo in un negozio di drogheria – il Colombo, di Via Cavour – e fu lieto, appagato.
Una sera, il principale – principale per modo di dire – Gli volle dare una piccola ricompensa perché Uberto faceva bene (tutto quello che ha fatto lo ha sempre fatto bene) e Gli regalò una manciata di sonanti monete. Ma Egli ha già il pudore delle cose più care: Gli sembra, tornando a casa coi primi guadagni, di commettere atto, se non di superbia, di ostentazione. E s’indugia, quella sera di fine mese, per le vie – Egli sempre così lesto – e spia, occhieggiando nelle vetrine, quello che può essere gradito alla sua mamma, al suo papà. Lo compra, e va a casa, lievemente imbarazzato, ad offrirlo ai suoi.
Questo gesto di squisita finezza, che ci rivela, in piena intimità, l’animo di Uberto Pozzoli, è uno dei moltissimi – infiniti, direi – che Gli erano abituali, che faceva con tutti, senza calcoli o distinzioni. (1 – continua)