L’anno tondo (2010) appena concluso fa memoria anniversaria – centoventi anni – di una impresa alpinistica compiuta nel 1890 sulla montagna simbolo delle Orobie, quel Pizzo dei Tre Signori così carico di suggestioni fin dal nome, che ricorda quando la montagna faceva da confine a tre Stati, i Grigioni, il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Un’impresa che allora fece epoca e della quale fu protagonista Giuseppe Rigamonti, detto Folat.di Angelo Sala
Dal Pian delle Parole, sopra il Rifugio Grassi, ancora oggi è possibile raggiungere la cima del Pizzo dei Tre Signori attraverso la variante del Caminetto. Si sale sino alla base della cuspide del Pizzo e, lasciato a destra il Sentiero dei Solivi, si affronta la ripida cresta occidentale, superando alcuni salti di roccia, la profonda spaccatura del Caminetto, una cengia e l’anticima per guadagnare, dopo una selletta, la vetta rocciosa del Pizzo dei Tre Signori. Angelo Gamba definisce questa via «la più interessante ed emozionante perché l’itinerario è sempre molto vario e con caratteristiche panoramiche di sicuro effetto. Ma la caratteristica principale di questo splendido itinerario è il cosiddetto caminetto, una spaccatura nella roccia che si incontra durante la salita e che viene vinta arrampicando all’interno di essa, un’arrampicata non difficile ma di sicura emozione e che venne salita per la prima volta nel 1890 dalla guida Rigamonti conducendovi una comitiva di alpinisti». Alla base del Caminetto una lapide ricorda quella salita con queste parole: «Rigamonti Giuseppe – Folat – guida del CAI nel 1890 ai magnanimi dell’Excelsor segnava questa via ardita per attingere la felicità della vetta». È l’imperituro ricordo di un modesto valligiano che seppe ben meritare gli onori delle cronache alpinistiche.
Figlio di Giovanni e Maddalena Anesetti, Giuseppe Rigamonti (1851-1925) gestì il rifugio Madonna della Neve di Biandino dal 1870. Nel 1879 in occasione della straordinaria nevicata del mese di novembre, partecipò alla spedizione di salvataggio dei due fratelli Combi intrappolati dalla neve e giunse sul posto per secondo, dopo Michele Tantardini. Fu una delle prime guide alpine del Club Alpino Italiano. In una pagina di Alpi Orobie, guida dei monti d’Italia del 1882 si legge: «Il 21 aprile 1881 viene compiuta la prima ascesa turistica di cui si hanno notizie. È quella effettuata da Michele Reina e Lorenzo Paribelli, al Pizzo dei Tre Signori, con la guida Giuseppe Rigamonti». Giuseppe fu, inoltre, il primo ad aprire il Caminetto sul Pizzo dei Tre Signori; a testimonianza di ciò è stata posta la lapide citata, visibile da chi si accinge ad affrontare la salita in vetta, attraverso quella via.
Dopo Giuseppe, un altro Rigamonti, il figlio Giovanni (1885-1956), detto anche lui Folat, cavaliere della Corona d’Italia, legò il suo nome a Biandino e al Pizzo dei Tre Signori. Gestì il rifugio Madonna della Neve fino al 1947, anno in cui passò alla baita adiacente aprendo il rifugio Folat che condusse fino al 1956. Amico di Papa Pio XI (Achille Ratti di Desio) che lo chiamava semplicemente Folat, lo accompagnava sovente nelle sue escursioni. Prima di diventare Papa, infatti, monsignor Ratti frequentava spesso la Val Biandino. Giovanni Rigamonti era tanto conosciuto che – si diceva – la corrispondenza inviata a Folat, Italia, giungesse sempre a destinazione. Un altro simpatico episodio accadde negli anni trenta, quando il Folat, con le guide alpine lombarde, capeggiate da Angelo Manaresi, presidente generale del CAI, si recarono a Roma per una adunata del regime e fecero visita anche in Vaticano. Mentre attendevano l’udienza, Pio XI entrò, vide Rigamonti e gli chiese: “se fet chi Folat?”. Alla Madonna di Biandino è visibile la lapide che associa Giuseppe Rigamonti a Luigi Vittorio Bertarelli, fondatore del Touring Club Italiano: «Umile doveroso ricordo all’alpinista Luigi Vittorio Bertarelli e alla guida Giuseppe Rigamonti Folat di questa valle e di questi monti profondi conoscitori e arditi dominatori. I figli M. Bertarelli e G. Rigamonti».
In realtà, la notizia della prima salita in vetta al Pizzo dei Tre Signori nel 1881 documentata dalla guida “Alpi Orobie” non corrisponde a verità. La prima notizia certa di una salita a carattere turistico-escursionistico sulla cima del Pizzo dei Tre Signori la troviamo infatti sulle pagine de «L’Alpinista», il primo periodico mensile del Club Alpino Italiano. Correva l’anno 1875 e la Sezione del Cai di Milano, nel mese di luglio, organizza un’escursione ufficiale al Pizzo dei Tre Signori partendo dalla Valsassina e percorrendo quindi la Val Biandino. È il 28 luglio: la comitiva, composta da una quarantina di persone (ma soltanto una ventina di esse raggiungeranno la vetta) guidate dal professor Antonio Stoppani – sì, proprio lui, l’abate e geologo lecchese che, dopo essere stato tra i fondatori del Club Alpino Italiano aveva assunto la presidenza della sezione di Milano – alle 8 del mattino guadagnarono la cima passando per il Lago di Sasso e la Bocchetta di Varrone. Sulla cima si incontrarono con dieci colleghi alpinisti della Sezione valtellinese del Cai, con i quali divallarono a Gerola, in Val del Bitto, e quindi a Morbegno. Non è certo questa la prima salita alla montagna, sormontata da una grande croce di ferro, innalzata il 10 agosto del 1935 in sostituzione di un’altra precedente divelta dagli agenti atmosferici del 1933. L’attuale croce, prima di essere posta sulla cima, venne benedetta dal cardinale Schuster di Milano, anche perché i milanesi sono particolarmente affezionati a questa importante cima delle Alpi lombarde.
Successive notizie sul Pizzo dei Tre Signori le troviamo sulla Rivista Alpina Italiana del 1882 quando, il 17 marzo, gli alpinisti bergamaschi Giuseppe Nievo e Luigi Albani, reduci dalla prima salita invernale al Pizzo del Diavolo di Tenda, compiuta il giorno 15 in compagnia di Andreossi, la guida Antonio Baroni e la guardia boschiva Giovanni Bagini di Carona, riescono a salire, sicuramente anche questa una «prima invernale», la cima del Pizzo dei Tre Signori, partendo da Ornica e salendo per intero la Val d’Inferno, dove vi incontrano tre comaschi.
Ancora nel 1882, il successivo 21 aprile, partendo questa volta dalla Val Biandino e pernottando in una baita annessa alla chiesetta della Madonna della Neve a quota 1595, il professor Michele Raina e l’avvocato Lorenzo Paribelli, ai quali si era unita la guida Rigamonti – il Folat – guida regolarmente patentata dalla Sezione del Cai di Milano, «dopo lunghe fatiche ed infiniti stenti, essendo costretti per tutto il cammino ad approfondare nella neve fino al ginocchio almeno, la vetta fu raggiunta verso le 9 e trenta. Ma se grande era stata la costanza dell’alpinista, lo spettacolo del panorama superò l’aspettativa. Gli interminabili intrecciamenti delle Alpi Orobie, dall’Adamello al Legnone, col Redorta, il Coca, il Corno Stella, il Pizzo del Diavolo, la Presolana, il cerchio delle Alpi dal Rosa al Disgrazia, dal Bernina all’Ortler, l’Oberland Bernese colla Jungfrau ed il Finsteraarhorn, tutto si sviluppava nitido e superbo sullo sfondo azzurro del cielo».
Molte altre notizie sul Pizzo dei Tre Signori le troviamo sulle riviste del Cai per tutto l’arco degli anni che vanno dal 1882 a tutt’oggi e riguardano prime salite, ascensioni notevoli, costruzione ed inaugurazione di rifugi e di sentieri, notizie storiche fra le quali ci piace segnalare quelle del dottor Gualtiero Laeng sui passaggi storici e quelli del dottor Giovanni De Simoni che, a suo tempo, fece del gruppo dei Tre Signori, in cordata con Agostino Parravicini, un campo d’azione preferito per esplorazioni varie ed apertura di vie nuove d’arrampicata.
È curiosa la descrizione della via di salita da Ornica che ne fa la prima guida alpinistica delle Orobie, quella compilata dall’ingegner Antonio Curò nel 1877 e denominata «Guida alle Prealpi Bergamasche compresi i passi alla Valtellina». Ecco, in parte, quanto viene affermato: «Da Ornica alla sommità sono quasi 6 ore di cammino, per cui conviene portarsi a pernottare in uno dei fienili dei pascoli superiori, raccorciando in tal modo di circa due ore la salita da compiersi all’indomani. Per praterie e boscaglie si superano le prime erte chine a cui è addossato il villaggio, poi, risalendo comodamente l’amena valle che riveste l’aspetto di vero giardino inglese, in circa due ore si raggiungono vasti pascoli ove sono disseminati numerosi fienili. Più in su il sentiero si fa erto e sassoso, poi piega a sinistra, e fiancheggiando altissime creste, continua a salire verso il Pizzo che lascia in alto a destra, per proseguire in Val Biandino. Un buon tratto prima però che raggiunga il versante di Val Sassina, a circa due ore e mezza di cammino dalle malghe, giunti ai piedi di una forcella che lascia a manca la vetta più elevata, si sale diritti e faticosamente in circa mezz’ora a quella bocchetta, e varcatala, in altri venti minuti per scoscese rupi ci si inerpica alla cima».




