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20110923

Ad Jesum per Mariam: il Duomo di Milano


«El principio dil Domo di Milano fu nel anno 1386» così recita la lapide di fondazione del Duomo di Milano, una delle più imponenti cattedrali italiane.
Gli storici dell’arte, a partire da una visione purista dell’architettura, hanno scritto troppi pregiudizi sul Duomo milanese, il quale invece, ad uno studio approfondito, si rivela grandioso ed originale monumento di fede innanzitutto e poi, ovviamente anche di arte. 


Le origini - Sul vasto spazio ora occupato dalla cattedrale e dalla piazza anticamente erano presenti due chiese e due battisteri.
Il battistero di Santo Stefano alle fonti assegnato alla fine del V o inizio VI; di vasca irregolarmente ottagona, ancora oggi visitabile e forse del IV secolo, nella quale probabilmente venne battezzato sant’Ambrogio nel 374.
La basilica di Santa Tecla, detta da Ambrogio “nova quae major est” e poi Basilica aestiva, fu eretta nella prima metà del IV secolo (resti di essa sono visitabili nella zona archeologica del Duomo). Si trattava di un grande edificio a cinque navate utilizzato durante il periodo estivo dal clero della cattedrale e dal popolo milanese.
Poco discosto da essa si trovava il battistero di San Giovanni alle fonti, il primo battistero ottagonale della cristianità. Venne edificato da Ambrogio a partire dal 378 e in esso il grande vescovo milanese battezzò Agostino, nella notte di Pasqua del 387.
La novità introdotta da Ambrogio fu il trasferimento dell’ottagono della vasca battesimale a tutto l’edificio, in modo che già dall’esterno se ne comprendesse la funzione. La simbologia del numero 8 non sfuggiva ai contemporanei del santo, che già la utilizzavano nei mausolei imperiali: l’8 indicava presso i mitriaci la beatitudine dopo la morte, mentre presso i cristiani indicava il giorno della Resurrezione e quindi la Salvezza in Cristo.
Vi era poi la piccola Santa Maria Maggiore o Basilica jemalis, utilizzata dal popolo durante l’inverno; essa risale all’epoca carolingia, ma probabilmente fu edificata su una preesistente chiesa detta Basilica Vetus. Poco discosta da essa San Michele subtus domo, un piccolo edificio demolito fin dagli inizi del cantiere.
Questo articolato complesso religioso rimase integro fino al 1386, quando il popolo milanese chiese al suo vescovo Antonio da Saluzzo di costruire una nuova cattedrale vista la vetustà di Santa Tecla e la rovina di Santa Maria Maggiore dopo il crollo del suo campanile nel 1353.
Tutto il popolo partecipò  attivamente per la raccolta dei fondi (offerte, donazioni) e per il trasporto dei materiali, iniziando la costruzione secondo la tipologia del gotico lombardo e avendo come unico materiale il cotto. 
Gian Galeazzo Visconti e il cantiere internazionale - L’anno seguente il signore della città, Gian Galeazzo Visconti, fece sua l’iniziativa, chiedendo la trasformazione dell’originale progetto nei caratteri del gotico mitteleuropeo tedesco-renano e quindi la sostituzione del cotto con il marmo di Candoglia. Il Duomo diventava un segno del prestigio della città e della politica viscontea che guardava all’Europa in cerca di importanti alleanze.
Il nuovo progetto venne discusso da esperti locali padani e campionesi e da consulenti transalpini; così  come la manodopera venne da tutta Europa per lavorare all’ultima grande cattedrale gotica del Medioevo. I primi quattro-cinque anni della costruzione furono realmente internazionali e in essi si creò quel singolare gotico, fatto dalla fusione di diversi linguaggi e diversi stili, che non trova eguali.
La zona realizzata in questo periodo fu l’area absidale con i tre imponenti finestroni (22,50x11 ca) a cui disegni lavorò il parigino Nicolò de Bonaventura verso il 1390, poi perfezionati e realizzati da Filippino degli Organi da Modena entro il 1402.
Il finestrone centrale presenta anche il tema spirituale a cui tutta la cattedrale poi si attenne: al centro di una grande rosa si staglia la raza (raggera) figura del sole di giustizia, Cristo (ma anche segno araldico dei Visconti); ai lati Maria annunciata e l’angelo Gabriele, sormontati dal tondo del Padre e sotto dello Spirito e affiancati dai vescovi milanesi Ambrogio e Galdino. Ai piedi del rosone gli stemmi sforzeschi e delle sei porte cittadine. 
Gli interni - Ancor oggi chi entra nel Duomo è sopraffatto dallo stupore e dalla meraviglia: l’altezza della navata che pare perdersi nell’alto e la selva dei piloni (52 quanto sono le settimane dell’anno). I piloni presentano singolari capitelli inventati probabilmente da Giovannino de Grassi: essi sono costituiti da otto nicchie che contengono altrettante statue di santi e arricchiti talvolta da altre otto, ventiquattro o addirittura trentadue statuette di varia altezza. Realmente il Duomo è un paradiso di santi: sono circa 600 le statue interne, mentre quelle esterne sono circa 2800!
Sempre dei primi anni del cantiere sono le due sculture che decorano le porte delle due sacrestie. Il portale della sacrestia settentrionale o aquilonare è di mano campionesse, risalente al 1389 e raffigura nella lunetta Cristo giudice tra Maria e il Battista e nell’ogiva superiore la gloria di Cristo re.
L’opposto portale della sacrestia meridionale è opera di Hans Fernach (1389-91); l’opera è un inno alla Vergine secondo i suoi diversi attributi: Maria della pietà, Maria Regina, Maria Madre di misericordia; tutto attorno in piccole nicchie gli episodi dell’infanzia di Gesù.
Il Cristo crocefisso come un fiore nasce dalla Vergine e svetta dall’alto dell’albero della croce, albero della Vita. 
Le vetrate - Tipiche della cattedrali gotiche sono le vetrate. Le innovazioni architettoniche del gotico resero possibile l’apertura dei muri perimetrali con grandi vetrate. Anche nel Duomo è possibile ammirarne una notevole varietà: esse vanno dalla metà del XV secolo fino ai nostri giorni.
La vetrata con l’antello della Crocefissione è assegnabile al XV secolo, ora si trova in una vetrata del fianco destro, ma la sua collocazione originale doveva essere il grande finestrone di destra, dedicato appunto al Nuovo Testamento. 
L’epoca dei Borromeo - Sotto l’episcopato dei due Borromeo, Carlo e Federico, il Duomo vide un’epoca di intensa attività e di diversi cambiamenti. Carlo Borromeo, protagonista della sessione conclusiva del Concilio di Trento, fu uno scrupoloso esecutore del nuovo spirito della cosiddetta Riforma Cattolica e il Duomo divenne “laboratorio” per nuove e inedite soluzioni, poi imitate da molte altre diocesi. Braccio destro del Borromeo fu l’architetto Pellegrino dei Pellegrini, detto il Tibaldi, di formazione classica e romana.
All’ideazione carlina e alla successiva esecuzione del Pellegrini si devono la trasformazione del presbiterio, al cui centro campeggia il tabernacolo a torre, dono di papa Pio IV, zio di san Carlo, il ciborio che lo protegge ed esalta, i due pulpiti, avamposti della Parola, gli organi lignei con gli antoni dipinti.
Sotto l’episcopato di Federico, invece, fu portato a perfezione l’area del presbiterio con il tornacoro decorato con altorilievi con la vita della Vergine, i due altari ai capocroce dedicati alla Vergine dell’Albero e a San Giovanni Bono, nonché il primo piano della facciata, pensato alla “romana”. 
I contributi successivi - Dopo l’epoca borromaica vi fu una stasi nei lavori, dovuta alle numerose e ricorrenti crisi economiche,all’incertezza politica, alle guerre.
Nel Settecento venne innalzata la guglia maggiore (1765-1774) sulla cui sommità venne posta la Madonnina (1774) che da allora, dai suoi 108 metri, domina e protegge la città.
Nell’Ottocento fu portata a compimento la facciata; mentre nel Novecento furono avviate importante campagne di restauri; la più significativa fu quella della metà degli anni Ottanta, nella quale furono completamente rifatti i quattro piloni portanti il tiburio.