Un museo racconta la storia agricola di una Brianza che non c’è più. Il tutto incorniciato in una visione bucolica d’altri tempi. Qui scorre il fiume Lambro, testimone e artefice dello sviluppo economico del territorio
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| Fotoservizio di Claudio Bottagisi |
Merone (Como) - L’acqua del fiume pare accarezzarle e loro, le ruote dell’antico mulino, sembrano farsi cullare dolcemente. All’interno dell’edificio rivive la storia agricola di una Brianza che non c’è più. Il tutto incorniciato in una visione bucolica d’altri tempi. Siamo a Baggero (la località prende il nome da ul bàger, il bastone su cui venivano appoggiati i secchi utilizzati dalle donne che si recavano al fiume per prendere l’acqua) e qui scorre il Lambro, testimone e artefice dello sviluppo economico di un territorio che nel Settecento era diviso, dal punto di vista amministrativo, in due comunità: quella di Merone e quella di Moiana. Qui si coltivavano il frumento, la segale, il granoturco e la vite. E poi c’erano i gelsi, indispensabili per l’allevamento dei bachi da seta.
di Claudio Redaelli e Claudio Bottagisi
La situazione mutò nell’Ottocento, quando a Merone si sviluppò un’attività commerciale e manifatturiera in sintonia con le peculiarità del territorio. Mulini, magli, torchi e - più tardi - le industrie seriche ricavarono dalle acque correnti la forza motrice necessaria per il loro funzionamento. Alla fine del secolo lungo il corso del Lambro soltanto a Merone vi erano ben dieci mulini, cui successivamente se ne aggiunsero altri: dall’Erbese fino al Naviglio della Martesana il fiume arrivò a far funzionare oltre 40 mulini, con più di 240 macine. Tra questi vi era il mulino di Baggero, di proprietà del Monastero delle Benedettine di San Pietro di Cremella, sfruttato per la lavorazione del grano da farina.
Filande e filatoi
Ovunque sorgevano anche filande e filatoi, dove le donne trasformavano i bozzoli in matasse di seta. E a Merone si compì il lento passaggio dalle attività rurali a quelle tessili. “Nel corso dei decenni - si legge in una bella ricerca svolta da Marta Cogliati proprio sui mulini di Baggero - furono le famiglie a fornire la manodopera femminile alle filande. In tal modo nacque l’operaio-contadino, lavoratore inserito nel nuovo contesto economico ma ancora legato alla terra”.
Il catasto teresiano “fotografa” la situazione del territorio di Merone nel periodo che va dal 1722 al 1858. Si osserva che nel 1790 la proprietà dei mulini di Baggero fu concessa in affitto al conte Giuseppe Sormani Andreani. Nel 1818 le monache Benedettine vendettero la proprietà al conte Alessandro Sormani Andreani e una quarantina d’anni dopo la stessa passò al figlio, il conte Lorenzo Sormani Andreani, ma in seguito i mulini vennero venduti al cavalier Domenico Porro, alla cui morte la proprietà passò alla moglie Antonietta Nicolazzi e da lei - nel 1912 - a Giuseppe Pangrazzi. Si arriva così al 1932, quando divenne titolare dell’intera struttura Attilio Mambretti.
I mulini caddero in disuso negli anni Sessanta con l’avvento del boom economico e nel 1985 i proprietari rinunciarono alla concessione. Le opere idrauliche non vennero però rimosse, mentre furono disattivati i meccanismi di trasmissione e smontate le macine.
Il mulino di Baggero fa parte di un sistema di quattro ruote idrauliche (due di primo salto, altrettante di secondo salto) sfruttate in passato per fornire energia meccanica a un insediamento preindustriale. Una parte della materia prima che arrivava al mulino era finalizzata alla macinazione per la produzione di farina, l’altra per produrre olio. Frumento e granoturco venivano utilizzati per trarne sia farina sia olio.
Come funzionava il mulino
“Il mugnaio - spiega Marta Cogliati nella sua dettagliata ricerca - per avviare il suo mulino saliva sul ponticello dove si trovavano le saracinesche che regolavano l’afflusso dell’acqua del Lambro. L’acqua entrava in una canalina che la faceva cadere sopra la ruota motrice, che cominciava a girare. L’asse della ruota esterna entrava nel mulino, dov’era montata un’altra ruota dentata che agiva su un perno il quale, a sua volta, trasmetteva il moto rotatorio alle macine appoggiate sopra la mola. Questa triturava il grano che cadeva dalla tramoggia...”. In sintesi: il mugnaio apre la paratie e l’acqua cade sulle pale; la ruota idraulica gira; l’albero motore trasmette il movimento all’altra ruota e l’albero verticale fa girare la macina; dalla tramoggia il grano cade tra le macine, che lo frantumano; il mugnaio setaccia la farina e la mette nei sacchi.
L’esistenza a Baggero di un canale artificiale, che la tradizione orale vuole fosse presente fin dall’Ottocento, nella sua configurazione attuale risale perlomeno al 1918, come risulta da un atto notarile. L’edificio si sviluppa su due piani: al piano terra si trova la macina, mentre al piano superiore è posta la tramoggia in cui il mugnaio versava la materia prima che scendeva e che, come detto, doveva essere macinata. Un elevatore a tazze ripescava il materiale non ancora macinato e lo rimetteva in circolo.
Il “Corazziere” e la sua storia
Marta Cogliati, alla quale si deve come detto l’appassionata ricerca sui mulini di Baggero, studia Economia aziendale alla Cattolica dopo aver conseguito la maturità al Liceo Classico. Lei è nipote di Andrea Camesasca dell’hotel-ristorante Il Corazziere di Merone, situato proprio a ridosso del Lambro e la cui storia risale a Giuseppe Camesasca, cappellaio in Monza. Arruolatosi nei corazzieri e destinato al palazzo del Quirinale al servizio del re Vittorio Emanuele III, sventò un attentato alla coppia reale in prossimità del Pantheon a Roma e quel suo gesto gli valse un encomio solenne. In seguito la gestione del Corazziere fu affidata al figlio Arnaldo, successivamente affiancato dalla famiglia e da una ristretta cerchia di collaboratori.
Si è detto di Andrea Camesasca. Proprio a lui, figlio di Arnaldo, si deve la lungimirante e coraggiosa iniziativa intrapresa alcuni anni fa di rilevare i Mulini di Baggero con il proposito di attuare un intervento di recupero e valorizzazione degli stessi, di rilanciare l’intero complesso e di puntare sul risparmio energetico e sull’energia pulita. Nel frattempo, infatti, nelle immediate vicinanze stava sorgendo anche il nuovo albergo, inaugurato lo scorso anno a primavera e progettato in linea con il sistema dell’ecosostenibilità.
“L’hotel - spiega Camesasca - è certificato come edificio ad alta efficienza energetica in classe A in quanto il calore degli ambienti nasce da un sistema di riscaldamento e raffreddamento con pompe di calore di ultima generazione. E una parte dei kilowatt è prodotta dal mulino convertito in centrale elettrica”.
Il Premio Innovazione
Il progetto di recupero dei mulini e delle sue ruote nel 2010 era valso al Corazziere un prestigioso riconoscimento attribuito dal Governo italiano e inteso a valorizzare e a sostenere le migliori capacità innovative e creative di aziende, università, amministrazioni pubbliche, enti o singoli ideatori. Il premio era stato consegnato al Quirinale ad Andrea Camesasca (che lo aveva ricevuto dalle mani del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano) “per aver saputo reinterpretare in chiave moderna e innovativa l’utilizzo dell’antica energia dell’acqua, coniugandola con molteplici aspetti culturali, salutistici e di sostenibilità”.
“Il progetto prevedeva lo sviluppo di un nuovo concept ricettivo - spiega Camesasca - e il recupero del mulino ad acqua in parte da destinare a museo permanente, con macchinari restaurati e perfettamente funzionanti. Il museo farà inoltre da sfondo ad attività destinate a richiamare l’attenzione di turisti italiani e stranieri, che potranno disporre di pacchetti completi comprendenti vacanze relax, iniziative culinarie e didattiche, oltre che naturalistiche, con la possibilità di riscoprire le tradizioni della cucina locale con ricette e vini tipici della zona”.
Va detto che già in fase progettuale quest’opera era stata considerata dagli esperti del settore un’applicazione assolutamente innovativa, un progetto-pilota ideale per diffondere la cultura delle energie rinnovabili, utilizzando la naturale espressione delle acque fluviali del territorio.
La ristrutturazione del mulino ha intanto consentito di recuperare numerosi attrezzi e altri oggetti della tradizione contadina, che oggi fanno bella mostra al piano terra e al primo piano della struttura, dove è pure allestita una sala riunioni con vecchi strumenti di lavoro appesi alle pareti.
A Baggero, insomma, il sogno continua, al pari della storia del Corazziere iniziata molti anni fa e oggi portata avanti con entusiasmo e orgoglio dalla famiglia Camesasca.







