20160622

“ Circo-stanze” Giancarlo Vitali ospite fino al 3 luglio al Palazzo della Fondazione Banca del Monte di Lucca


di Gianfranco Colombo -  La città di Lucca rende omaggio a Giancarlo Vitali, con una grande mostra, intitolata “Circo-Stanze”. E’ ospitata nel Palazzo della Fondazione Banca del Monte di Lucca e rimarrà allestita sino al 3 luglio.
Già nel titolo c’è tutto il progetto che sta dietro all’evento espositivo: riunisce per stanze, diversi gruppi di dipinti che, a loro volta,  per “circostanze”, varie e mai casuali, comunicano tra di loro. Il “circo” allude al carattere giocoso dell'installazione e alle possibili sfaccettature cromatiche. E un’altra caratteristica molto curiosa e interessante è che il curatore della mostra stessa è Velasco, artista lui stesso e figlio di Giancarlo. Le 110 opere esposte a Lucca sono state collocate in un percorso, che Velasco ha voluto per permetterci una rilettura dell’opera del padre. La sua non è stata una curatela qualsiasi, bensì l’approfondita ricerca di un significato dentro una pittura con cui è nato e cresciuto. In questo senso, è illuminante l’apertura del testo di Velasco che accompagna il catalogo: «Per consuetudine familiare a pranzo siedo sempre allo stesso posto. Sulla parete di fronte a me c’è sempre lo stesso dipinto: una natura morta con fondo scuro. Mio padre mi assicura che è opera sua, a me resta il dubbio di cosa rappresenti. Nonostante le sue spiegazioni, mi rifiuto di credere che quella sia una zucca. Ma forse sono troppo piccolo per capire… “Sì, ma la pittura non è la realtà!” dice lui. Vallo a raccontare a un bambino! Anni dopo, per uno strampalato paradosso, molti estensori della sua arte lo definiranno “pittore della realtà”!». Tutto comincia proprio da questo punto e cioè dalla messa in discussione di Giancarlo Vitali pittore realista. Già Vittorio Sgarbi, qualche settimana fa, aveva scritto un testo in proposito dopo una mostra di Giancarlo Vitali ad Urbino:  “Ho la sensazione che, benché lontano dagli occhi di tutti, Giancarlo Vitali sia l'ultimo pittore. Non ne mancano certo, tra quelli che non hanno voltato le spalle all'Accademia e hanno rigenerato l'idea di una tradizione figurativa che, attraverso vari manierismi, riproduce il vero, riprendendo gli abiti usati del magazzino della memoria. Ma in tutti loro, e in molti altri, prevale un procedimento intellettuale che assume inevitabilmente un significato programmatico contro quanti, per decenni, hanno considerato e voluto morta la pittura. La pittura di Vitali non è mai illustrativa, e neppure descrittiva. Egli opera uno scavo per scoprire cosa c'è dentro un uomo». Ecco, Velasco ha preso la pittura di Giancarlo e l’ha voluta liberare dai luoghi comuni, dal già detto e ne ha voluto proporre una lettura nuova, lontana dal “realismo”: «Il punto di partenza è proprio questo – ci ha detto Velasco - Ho voluto tornare a capo di quella pittura che è stata la mia scuola e che mi ha portato sino a Velázquez, che è sempre stato il mio punto di riferimento. Con il mio allestimento ho cercato di sganciare lo sguardo da ciò che fino a ieri era inchiodato a luoghi comuni sin troppo ingessati. Mi riferisco al Giancarlo Vitali pittore laghée, pittore del dialetto, una dimensione che personalmente non ho mai avvertito». Da questa partenza programmatica, che è figlia di una frequentazione con la pittura del padre lunga una vita, Velasco ha impostato il suo allestimento: «Ho voluto cercare di far capire – continua Velasco - perché Giancarlo Vitali fa quella pittura lì e la fa in quel modo. Nell’ingresso della mostra ho messo una grande parete rossa con tanti piccoli quadri. E’ il rosso che Giancarlo Vitali usa per le sue carni, le sue rose, i suoi ritratti. E’ una tonalità che lo caratterizza su cui sono appoggiati quaranta piccoli quadri, che vanno a costituire una specie di mosaico. Da lontano è un unicum puntinato di rosso e per me quella è la sua identità. In questa mostra ogni pennellata è il contrario della precedente ed è un ossimoro per la successiva. Una passeggiata tra la cromia dei ricordi e un buio che non ha tempo, forse solo pause. I personaggi passano di lì per rianimarsi, direi quasi “per darsi una spennellata”. Questa è la mia lettura, quella sociale non mi interessa. Ho voluto che la pittura di Giancarlo Vitali parlasse di se stessa e che emergesse la sua sapienza, la sua bravura esibita».