20160608

Viaggio in Germania: anni cinquanta


di Pino Pozzoli 
Erano gli anni del Movimento federalista europeo sorto in Italia da alcuni anni, che a Lecco era rappresentato da un gruppo di giovani studenti universitari e presieduto da Costantino Fiocchi.
Alcuni di essi avevano partecipato al congresso nazionale di Roma dove, al Teatro Adriano, avevano conosciuto Altiero Spinelli, il conte Carandini, Adriano Olivetti, grandi europeisti e fondatori del movimento.

Erano tornati dal congresso entusiasti e decisi ad approfittare della possibilità offerta dall'organizzazione di partecipare al raduno europeo che si sarebbe svolto in Germania a Mariemberg, nei pressi di Francoforte, nella Europa Haus da poco costruita per ospitare i giovani delle nazioni europee.

Il guaio era che noi, studenti universitari, non potevamo avere il passaporto perchè soggetti ad obbligo di leva militare. Dovemmo ricorrere ad un passaporto collettivo intestato ad uno di noi, esonerato dalla leva.
La partenza avvenne in una assolata giornata di luglio 1952: eravamo una dozzina di giovani carichi dei nostri sacchi da montagna, emozionati di partecipare ad un raduno internazionale dove avremmo incontrato coetanei di tutte le nazioni.
Si fece l'appello alla stazione di Lecco, perchè l'assenza anche di uno solo di noi a causa del passaporto collettivo, non ci avrebbe permesso di espatriare.

Giunti a Milano su un “carro merci” (le nostre ferrovie erano ancora in ricostruzione) ci imbarcammo su un convoglio di terza classe (di quelli con i sedili di legno) diretto a Francoforte.
C'erano Alberto, Armando, Filippo, Gianni, Gigi, Giorgio, Mario, Pino, Roberto, Tino, Umberto, Vaccheri,

Attraversammo una Germania ancora semidistrutta dalla guerra, ad eccezione della rete ferroviaria e delle stazioni, perfettamente ricostruite, così come le fabbriche, dalle alte ciminiere fumanti.
Avvertimmo che i tedeschi iniziavano la loro ricostruzione dai servizi e dalle risorse produttive, mentre in Italia stava già iniziando il consumismo.
Sul treno avemmo modo di divertirci per una “performance” di Mario, il più giovane di noi, una specie di mascotte.

Sedeva di fronte a due turiste inglesi e non vedeva l'ora di dimostrare che conosceva l'inglese e non solo la lingua ma anche la letteratura. Azzardò quindi, come preamolo, un “To by or not toby”accolto dalle nostre risate e, da parte di Filippo il più casinista della compagnia, una esclamazione: “Dai piantala Tobia!”, con assonanza a to by. E da quel momento, anche tornati in patria Mario non fu più Mario ma per sempre Tobia.
Giungemmo a Marienberg alle sei del mattino, dopo una notte insonne e un'affannoso recupero del passaporto collettivo che avevamo dimenticato sul treno.
L' Europa Haus ci apparve come una visione incantata: nuova ed elegante nel suo stile anglosassone e la facemmo immediatamente nostra!

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La porta d'entrata era aperta, ma tutti dormivano e noi, intontiti dal viaggio ed
affamati salimmo le scale alla ricerca di qualcuno che ci accogliesse: invano. silenzio e nessuno fino all'ultimo piano, una mansarda dove dormivano delle ragazze.
Alcune si erano svegliate per il rumore che facevamo, ma anziché strillare ci guardarono stupefatte.
In un grande cesto scoprimmo degli addobbi e dei costumi da scena e, tanto per trarci d'imbarazzo li indossammo, suscitando le risate delle ragazze che nel frattempo si erano tutte destate . Sapemmo poi che esse facevano parte di una troupe di studentesse che offrivano uno spettacolo di propaganda europeista, a bordo di una chiatta che percorreva il vicino Reno, attraccando alle varie città.
Erano tutte belle ragazze con cui facemmo amicizia, grazie a quell'incontro matutino, per tutto il periodo del nostro soggiorno.
Ma quell'incontro e la cagnara che ne era seguita dovevano costarci assai cari!
Fummo infatti sorpresi dalla direttrice della casa che, con accenti da autentica “kapò”,ci ingiunse di uscire immediatamente dal dormitorio femminile.
A quel tempo gli italiani, considerati traditori, non godevano certo della simpatia dei germanici ed infatti la “kapò”, anzichè ospitarci nella bella haus, ci confinò in un'attendamento adiacente.

La punizione proseguì al momento della distribuzione del vitto, costringendoci ad essere rifocillati per ultimi e certo non con i migliori bocconi.
A differenza degli altri ragazzi con i quali subito famigliarizzammo, i tedeschi ci guardavano male.
Una volta si presero apertamente burla di noi invitandoci a bere enormi bicchieri di birra a forma di stivale, da noi trangugiati inconsapevoli che a livello del piede la birra doveva defluire con una particolare inclinazione dello stivale per evitare che il liquido uscisse di colpo, andando ad innaffiare il viso del bevitore.
Fu infatti quello che ci accadde provocando, ogni volta che ognuno di noi si innaffiava, le pesanti risate dei teutonici.
Ma il giorno del riscatto era vicino.
Il programma del convegno prevedeva una serata culturale alla quale ciascuna delle nazioni presenti avrebbe dovuto dare il proprio contributo. Capimmo che era la nostra occasione!
Ci distribuimmo i compiti; Armando, da poco giunto a Lecco dal sud, si era portato la chitarra e sapeva cantare le canzoni napoletane; Umberto e Pino avevano delle piccole armoniche con le quali facevano l'accompagnamento; Filippo avrebbe declamato una poesia del Carducci; Armando avrebbe tenuto in lingua francese una relazione sulla costituzione svizzera, dato che era reduce da un esame universitario sul tema.
La serata ebbe un successo fenomenale! Iniziammo con il classico “o sole mio” cantato insieme a noi da tutti i presenti; poi fu la volta di Armando e delle armoniche che eseguirono: “cun questi modi o Briggida tazza 'u caffè parite, che 'n fondo avete 'u zucchero e sopra amara site “, con l'accompagnamento ritmico dei battimani degli spettatori; Filippo declamò Carducci con un'accento talmente... lecchese da farci a stento trattenere dalle risa; ancora Armando in perfetto francese tenne una lezione sul federalismo svizzero.
Dopo quella serata per noi la vita cambiò. I tedeschi erano diventati cortesi, gli
altri ragazzi e...ragazze facevano a gara a stare in nostra compagnia, il vitto migliorò miracolosamente e nella tenda che ci ospitava ne succedevano di tutti i colori! Suoni, canti, esibizioni di danza in camicia da notte, scherzi di ogni genere, litigi, riconciliazioni...

Insomma ci eravamo completamente riabilitati!
I giorni trascorsero fra scampagnate nei dintorni, allegre serate, amicizie, “flirt” con serali racconti dei protagonisti che rallegravano la compagnia prima di dormire.
Ma il tempo era passato velocemente e venne il momento del congedo: scambi di indirizzi con ragazze di ogni nazione; promesse di rivederci in Italia e la sensazione di avere vissuto un momento di unità europea.
Ma eravamo giovani entusiasti e sognatori, inconsapevoli che la realtà della poliitica e dell'economia sarebbe stata diversa!
Sulla via del ritorno ci aspettavano nuove avventure: la notte passata all'albergo della gioventù di Colonia e la sveglia all'alba allo squillo di una tromba...teutonica ; la salita alla torre superstite della cattedrale semidistrutta dalla guerra da cui vedemmo un mare di rovine, circondato però da abitazioni prefabbricate immerse nel verde; la salita alla rocca di Lorelay, sul Reno, con una magnifica veduta del grande fiume percorso nei due sensi da enormi chiatte cariche di carbone.
Giunti a Francoforte buona parte di noi pretesero una giornata di libertà. Ci demmo appuntamento per il ritrovo alla stazione ad un'ora notturna, per la partenza per l'Italia.
Alcuni di noi, alla ricerca di un luogo per riposarsi, entrarono in un bunker, residuato bellico, dove alcuni “barboni”ci guardarono minacciosi, decisi a difendere il proprio giaciglio: per fortuna intervennero alcuni policemens americani, giganteschi neri con i loro caratteristici caschi bianchi con la scritta MP che ci invitarono a trovare posto in una sala d'aspetto della stazione, da loro vigilata.
. Ci rendemmo conto che nella città regnava ancora, a sette anni dalla fine della guerra, un regime di occupazione militare, che consigliava molta prudenza nel frequentare certi luoghi sopratutto di notte.

Si approssimava l'ora della partenza e ancora molti di noi non erano presenti all'appuntamento.
Il passaporto collettivo esigeva che tutti, nessuno escluso, si imbarcassero sul convoglio.
Per di più non si potevano in alcun modo rintracciare i ritardatari, che se n'erano andati per i fatti loro.
Furono momenti di grande agitazione, ma alla fine tutti ci ritrovammo sul treno.
Sui marciapiedi c'erano dei venditori ambulanti di acqua di Colonia: ne acqui- stammo alcune bottiglie, ma quando a casa ne facemmo omaggio ad amici e parenti, scoprimmo che contenevano acqua fresca! Qualcuno insinuò che i venditori fossero... italiani ma non ci fu modo di verificarlo.
Durante il viaggio constatammo che le risorse economiche di tutti quanti erano al verde mentre l'appetito si era fatto insopportabile.
Facendo sosta a Lucerna, accumulando gli spiccioli di tutti, acquistammo un pezzo di formaggio di grana e del pane che a stento bastarono per calmare la fame di tutti.

Rimasti senza soldi, giunti a Milano, trovammo la comprensione del capotreno che, informato della nostra avventura...europea, ci abbuonò il biglietto fino a Lecco. A casa seguirono i racconti del viaggio, lo scambio di fotografie e, qualche mese
dopo, la visita delle amiche conosciute a Mariemberg, entusiaste del nostro lago e dei nostri monti. E infine...anche di noi.
Ancora dopo molti anni il ricordo del viaggio era ancora vivo fra i partecipanti, fattisi ormai uomini maturi.
E ancor oggi i... sopravvisuti, credo che leggerebbero con nostalgia queste righe, ricordando il nostro... goliardico europeismo.