20160824

Il Ragno Luigino Airoldi e il “suo” Afghanistan: “Quanta tristezza pensare a quei Buddha distrutti”


(C.Bott.) “Le immagini che i telegiornali hanno mostrato a proposito dell’Afghanistan sono totalmente diverse rispetto a quelle che ho avuto modo di ammirare e che rimangono incancellabili nella mia mente. Per me l’incognita, prima di partire, era rappresentata dalla cultura di quella nazione e dalle usanze e tradizioni della sua gente. Una volta a destinazione, però, mi sorpresero l’umiltà e la generosità proprio di quelle genti e il loro rapporto con una religione così diversa dalla nostra”.

Chi parla è Luigino Airoldi, Ragno della Grignetta, protagonista di grandi imprese alpinistiche, alle spalle numerose spedizioni extraeuropee (una su tutte la prima salita, nel 1961, della Sud del McKinley ).

Fa riferimento, Airoldi, alla spedizione del 1974 proprio in Afghanistan, da lui vissuta in veste di responsabile della parte alpinistica. Quella spedizione era stata voluta dal Cai di Bovisio Masciago per scopi scientifico-alpinistici a carattere esplorativo.  “Molti problemi precedettero la spedizione - ricorda oggi il Ragno di Ballabio - soprattutto di ordine burocratico, fortunatamente tutti risolti con successo. Io avevo già partecipato a numerose spedizioni, tra cui quelle in Alaska, Canada, Terra del Fuoco, Patagonia, Perù, Bolivia, Groenlandia e Antartide, ma non ero mai stato sulla catena himalayana, specie nell’Hindu-Kush”.

“Iniziammo la spedizione dalla regione più a occidente proprio della catena dell’Himalaya - ricorda - che si estende per 800 chilometri a ovest dell’Indo e che comprende due tra le vette più alte di tutta la catena, il Tirich-Mir e il Noshaq. Ci inoltrammo per oltre 250 chilometri, proseguendo prima con un traballante furgoncino fino al Lago Pagan e successivamente con cavalli e cammelli verso la Valle dei Buddha, sulla mitica via della seta. Per descrivere quello che osservammo e ciò che più ci stupì di quel meraviglioso Paese servirebbe ben più dello spazio di un servizio giornalistico.  Posso però subito dire che il mio ricordo è formato da tanti particolari grandiosi, come le rovine archeologiche allora ancora ben conservate”.

Luigino Airoldi continua così il suo racconto: “La seconda parte del viaggio fu per me la più entusiasmante. Partimmo da Kabul a bordo di un camioncino e attraversammo una valle con pochissime casette, in un ambiente suggestivo caratterizzato da un terreno argilloso e con scarsissima vegetazione. Un paesaggio lunare che ci lasciò a bocca aperta! Dal villaggio di Borak potemmo proseguire solo in groppa ad alcuni asini, cosa che ci costrinse a fermarci ogni giorno nei villaggi e a venire in contatto con la gente del luogo, gente povera che però seppe dimostrarsi generosa e cordiale”.

“Arrivammo nel gruppo del Koh-I-Astan Darran - aggiunge Airoldi - e dopo aver superato due passi di 4.000 metri ci accampammo a quota 2.400 metri, nelle vicinanze di un lago dove trovammo acqua relativamente limpida e erba verde. Da qui partirono diverse spedizioni da me capitanate e fummo felicissimi di conquistare quattro vette vergini, tutte sopra i 4.000 metri. Una di questa fu il Koh-I-Balkh, una cima aguzza di oltre 5.600 metri molto simile al nostro Pizzo Badile. Affrontammo la montagna dalla parete nord, innalzandoci di circa 3.000 metri dal campo base. La parete era costituita da placche di granito e da una serie di ripidi canaloni glaciali. Fu una salita di misto che ci impose di allestire un campo intermedio. Fu impegnativo ma divertente risalire quella parete, anche se nella seconda parte il tempo peggiorò, rovesciandoci addosso una bufera di neve, che ci seguì pure nella discesa, effettuata parzialmente a corda doppia”.


Quindi le ultime considerazioni di Luigino Airoldi: “Quel successo ci gratificò moltissimo. Ci spostammo faticosamente verso il gruppo del Koh-I-Khuwja Mada J  Man, dove trovammo il Lago Sewa, a quota 3.210 metri. Lì allestimmo un altro campo base e ci preparammo per salire un’altra vetta, il Koh-I-Bak-Bala, 4.470 metri. La risalita ci sembrò a prima vista fattibile, ma poi scoprimmo le terribili pendenze e gli scivoli di neve che ci costrinsero a perdere quota. Le difficoltà raddoppiarono nel finale, con la parete che divenne ancora più ripida., ma svanirono quando arrivammo in cima. Il panorama si estendeva in una profondità che ci lasciò senza parole. E i nostri sguardi spaziarono fino a intravedere i confini con la Cina. A distanza di anni il ricordo di questo meraviglioso Paese, ricco di misteri e di paesaggi indimenticabili, occupa un posto speciale nel mio cuore”.