20160912

DAVID MARIA TUROLDO Il frate poeta unico e irripetibile

Il 17 maggio 2002 un incontro internazionale alla Pontificia Facoltà Teologica «Marianum» in Roma ne celebrava il decennale della morte mettendone in luce la straordinaria personalità, con gli interventi del preside Ignazio Maria Calabuig, del saggista e poeta Roberto Carifi, dello scrittore Fernando Castelli e del giornalista Claudio Redaelli, direttore de «Il Punto Stampa». Intervento, quest’ultimo, ripreso per ampi stralci 

Claudio Redaelli durante il suo intervento alla Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” di Roma.


di Claudio Redaelli


Roma - L’amicizia è il filo conduttore, riassuntivo potremmo dire, della vita di David Maria Turoldo. Lui stesso la racconta «per gli amici» così che siamo chiamati a questo incontro da un’idea di vita e non da un mito. […] Mi pare di interpretare così, senza avere la presunzione di esserne l’esegeta, la figura di padre David Maria Turoldo, per quella che è stata la mia personale esperienza, un incontro cominciato alla metà degli anni Sessanta e continuato fino alla sua morte.

Io allora ero vicepresidente dell’Ospedale di Lecco e lui era ricoverato per un intervento chirurgico. Andavo a trovarlo tutti i giorni, e con quella frequentazione cominciò un dialogo, poi mai più interrotto, dalle radici profonde e solide, quelle che difficilmente qualcuno riuscirà a strappare. Lui era esempio di quelle radici. E in tempi di multiculturalismi, di ritorno alle radici e di estesi processi di globalizzazione, che incidono profondamente sulle idee, sui sentimenti e sul costume di quasi ogni popolo della terra, va dato coraggio, a me sembra, e in questo caso va resa testimonianza, a chi ancora ha una storia sua a cui resta attaccato, a chi ha un progetto in cui si riconosce, a chi in definitiva mantiene identità e consapevolezza di un ruolo e di una consegna tali da garantire, a chi ne è ancora alla ricerca, un approdo minimamente sicuro ed appagante. 
Non una sfida contro, quindi, ma una battaglia per qualcosa. Per la dignità della propria scelta, prima di tutto, ma anche per nobiltà del dubbio, per l’ostinazione al paradosso o, come dice padre Camillo De Piaz evocando la comune partecipazione alla Resistenza, «per spalancare il giudizio a realtà difformi».
David Maria Turoldo (1916-1992) religioso dei Servi di Maria
Personalmente, ad ormai quasi trent’anni dal nostro primo incontro, e a quasi sessanta dalla conclusione di quel tragico, drammatico capitolo che fu la guerra e la Resistenza - ci furono anche altre occasioni di incontro tra il sottoscritto, allora inviato del quotidiano «L’Unità», Turoldo e De Piaz nella Valtellina dove più pesante era il clima della strategia della tensione innescata dalla strage di Brescia - mi sento di continuare a scommettere su quella esperienza e sul carattere di generoso servizio all’ideale in cui essa si è manifestata e continua a manifestarsi. È una scommessa che, personalmente, ho cominciato proprio con quei primi incontri nelle corsie dell’ospedale di Lecco: seguendo con attenzione, curiosità e partecipazione quell’uomo che è poi diventato un segno sempre più incancellabile.
La vita di un santo è un accadimento della grazia, di cui non si dà una spiegazione sufficiente indagando sulle condizioni ambientali dalle quali il santo proviene. L’accadimento che ha toccato la Chiesa con la vita di David Maria Turoldo, particolarmente negli anni a noi più cari dell’eremo di Fontanella, nella terra natale e sempre cara a Papa Giovanni, gli stessi anni che, per contiguità territoriale e cure ospedaliere, sono stati anche quelli delle frequentazioni lecchesi, non può essere colto in quel che ha di unico e di irripetibile se non lo si coglie nel suo ambiente, quando germogliava nelle difficili, eppure vivaci, prime decadi del Novecento friulano.
Perché il metodo del suo lavoro non era molto diverso dalle due operazioni che facevano i contadini del suo Friuli - ma come facevano anche i nostri contadini brianzoli e bergamaschi, e per questo il suo stare a Fontanella fu come un ritrovarsi in un ambiente quanto mai domestico e familiare - per costruire i muri a secco: prima un lavoro di scavo, per estrarre le pietre da sottoterra, anche dai prati (e da qui il detto che in dialetto lombardo suona pressappoco così: «Cà fa, prà desfà», cioè casa fatta, prato disfatto); poi un lavoro di sistemazione delle pietre, svariate, talvolta irriducibili, nelle loro dimensioni, forme, colori. Le pietre, cioè i dati storici portati alla luce come è avvenuto anche nel corso di questa celebrazione, son dunque sistemati sì, ma lasciati a vista, senza alcun rivestimento di intonaco. Un muro a secco è sicuramente immune dalla piaga del perfettismo, comunque sta su.
Quel muro a secco è una scommessa in atto. […] La scommessa è di usare il linguaggio poetico, che come quello della musica è il più universale e paradossalmente il meno praticato, per fare incontrare su un fatto gente tanto lontana eppure anche tanto vicina. La gente, migliaia di persone, il popolo che arrivava a quell’Abbazia di Fontanella, già di suo un gioiello di arte e di architettura medioevale di assoluto rilievo, alla ricerca del Vero o, più semplicemente, di un dialogo franco e aperto con altri uomini in navigazione, alla ricerca di una guida. […]
Negli ultimi mesi ho raccolta su «Il Punto Stampa», il mensile lombardo che dirigo, alcune testimonianze su David Maria Turoldo nel decennale della morte. Ebbene, proprio leggendo quelle testimonianze si ha l’esatta dimensione di quel popolo in cammino, di quella gente in navigazione. E, lasciatemelo dire con tutta la cordialità di cui sono capace, è una sorpresa, della quale il primo a gioire, in cielo, è lo stesso padre David: perché non si è mai visto un popolo così libero dagli schemi del chiacchiericcio politico e così coraggioso nel riproporre in positivo la questione della centralità della persona. Facendo propria la lezione di Turoldo, quel popolo sembra essere cresciuto, almeno nella coscienza che lo sostiene, diventata più chiaramente espressiva e più corale.
Dicendo queste cose, non posso non riandare con la memoria alle sue pagine più care, quelle dei Salmi che, confermando un’immagine realistica della vita - il suo inevitabile svolgersi nel chiaroscuro - suggeriscono una possibilità in più: il lavoro e le cose di ogni giorno, insomma il presente, non chiusi in se stessi o, peggio, negati come fossero una prigione da cui salvarsi evadendo, ma vissuti in rapporto all’ideale, al destino. L’eterno nel presente, come dice il salmista. Sembra un’astrazione e invece è il contenuto di un’esperienza umana, anzi, di un’esperienza più umana. Infatti se non si vive con intensità nel presente, se il presente non è vissuto nel rapporto con qualcosa di più grande, la vita non c’è, rimane un soffio mancato. Da qui sono partito per costruire questo contributo all’incontro su Padre Turoldo. Perché tornasse ad essere un incontro con Turoldo, il cui motivo dominante è l’amore come generatore dell’umano e della storia. Dunque, come ho già accennato, una grande sfida.
L’impresa è ardita, ci vuole coraggio per accostarsi al linguaggio di padre David. E coraggio anche per vincere una sorta di spavento, perché qui Turoldo ci costringe a un affondo dentro il mistero della realtà. Che non è una costruzione banalmente verista ma il cercare, con fatica e coraggio, di incarnare le parole nel loro essere corpo e anima di una vicenda che non ha passato o futuro, ma solo il presente della propria rituale esistenza.
Mi è capitato di leggere, in quegli anni, di quel frate «esiliato» in quell’eremo che innalza sulla campagna bergamasca. Vorrei provare oggi a commentare quel termine, esiliato, associandolo ad un altro che fin qui ho già ripetutamente usato, quello di popolo. Già, perché è inutile nasconderselo, molti di noi in quegli anni Sessanta e Settanta, ma fu così anche dopo, per un tempo non breve ebbero netta la sensazione che quello che gravitava dentro e attorno a Fontanella fosse un popolo esiliato. […] Non doveva sentirsi così anche Pietro, pur dopo aver tradito tre volte, certo com’era di essere uno di loro? Senza patria anche noi, senza nobili utopie da realizzare. Lo stesso esilio: possedere tutto, essendo staccati da tutto. E qui vengono inoltre in mente le grandi lezioni di storia di David Maria Turoldo, perché qui si parla del doloroso esilio di tutti i popoli, quello ebreo per primo, che proprio per la loro unità e irriducibilità alle istituzioni, il potere ha cercato di annientare. 
Ma quel popolo esiliato ha continuato il suo cammino. Il popolo esiliato, che è la Chiesa, cammina… perché non saprebbe fare altrimenti. Camminare significa partire dalla realtà, per andare verso il suo significato. Significa andare avanti per non essere risucchiati da una meta meno viva del nostro scopo. Perché fermarsi è già tornare indietro. «Mandi», padre David, compagno di viaggio lungo questo cammino.