20161013

ABBASSANDO GLI OCCHI AL CAOS MODERNISTA Giorgio De Chirico - Tano Festa - Nicolo' Tomaini

A cura di Remigio Morelli e Alessia Formaggio presentazione del prof. Giovanni Piatti
"L'arte ha il compito di affilare e affinare le qualità dell'essere umano" emilio Isgro'.
"Con la cultura non si mangia" Giulio Tremonti.
"Quello che dovrebbero fare le istituzioni lo fa il povero barbiere..." Remigio Morelli


Questo momento culturale nasce dal desiderio del PARRUCHIERE Remigio Morelli, coadiuvato e sostenuto dal giovanissimo assessore alla cultura Davide D'Occhio, di rendere accessibile e gratuitamente a tutti, la possibilità di confrontarsi col panorama artistico classico e contemporaneo durante la cosiddetta "notte bianca" organizzata in data 15 ottobre 2016 dal comune di Olginate con lo scopo di aggregare la popolazione del territorio promuovendo le attività commerciali del paese.

L'intuizione dell'appassionato ed attento collezionista Morelli è dunque quella di dissacrare il luogo istituzionale espositivo quale potrebbe essere il museo o la galleria d'arte, ospitando all'interno della sua "umile bottega" (cosi ama definirla) uno dei più grandi nomi del novecento: Giorgio de Chirico.
Il titolo della mostra riprende l'affermazione del maestro De Chirico quando, entrando per la prima volta ad una personale del pittore Tano Festa (uno dei massimi esponenti insieme a Mario Schifano della Scuola Romana degli anni sessanta), abbassando gli occhi esclama "non voglio penetrare nel caos modernista".
Tano Festa, dal canto suo, dichiara in una delle prime interviste firmate "Liverani" degli anni settanta che mentre in America consumano molti pop corn (in riferimento appunto alla scuola pop americana di Andy Warhol) noi italiani, sulle scatole dei cioccolatini, abbiamo ancora le immagini della Gioconda, come se fossimo stati ancora consumatori di immagini culturali che gli americani non potevano per forza di cosa vantare. Festa si fa dunque portavoce di un movimento artistico "patriottico" rivisitando le icone classiche del passato italiano in chiave popolare (famosissime le sue citazioni artistiche a Michelangelo).
Ad oggi l'interesse che si è creato intorno al nome di Gaetano Festa ha fatto sì che l'importanza del suo lavoro sia stata riconosciuta dal mercato internazionale.
Giorgio De Chirico compie un’azione straordinaria, rivoluziona l’arte non attraverso il concetto di originalità, tipico delle avanguardie dei primi del Novecento, ma bensì di originarietà. Non “fugge da” ma “ritorna a”. Ritorna al classico, ritorna al disegno, ritorna alla prospettiva, ri-torna alla composizione. Egli ha la capacità, citando il critico Renato Barilli, di mescolare le carte, di fare cioè, un largo uso dello spostamento, come del resto indica la preposizione “meta”, che più intenso come trascendenza vuole davvero essere presa alla lettera, prendere le cose e u a soqquadro, disordinare le sequenze. De Chirico non si limita a “disordinare” l’arte classica ma inserisce nelle sue opere oggetti che fanno parte del repertorio della storia dell’arte (classica, ellenica, romanica, rinascimentale, ottocentesca, ecc…). Non fa altro che anticipare una delle azioni principi dell’arte concettuale: il ready made, preannuncia così tutte le correnti artistiche degli anni 70-80 in Italia. De Chirico, prima considerato il più classico tra i pittori del Novecento è in realtà il principe del concettuale. Come dimostra l’autoritratto presente in mostra, dove Giorgio De Chirico, utilizza l’arte ottocentesca, più precisamente vangoghiana per fare la sua operazione del ri-torno. Non lo fa solo citando, ma lo fa prendendo caratteristiche primarie che identificano lo stile di Van Gogh. Segni e stili unici che ci fanno capire il chiaro riferimento, dalle pennellate movimentate, allo sfondo del quadro, per finire con i colori e lo sguardo. Il tutto è genialmente rispettoso e beffardo.
La medesima operazione è compiuta dall’artista Nicolò Tomaini che, con una pungente ironia e uno stile irriverente sdogana i dogmi sia del passato che contemporanei, che si tratti di principi artistici o sociali. Tomaini non ha paura di compiere operazioni estreme, come l’utilizzo delle “effe” di Facebook usate per formare una svastica, o ancora il Cristo crocifisso su una croce di Iphone. La sua è una poetica forte, di verità scomode. Nell’arte di Tomaini esistono due chiari livelli di lettura, il primo, quello in superficie, sembra giocare con gli oggetti contemporanei, più affini alla nostra società, ed è lì lo sbeffeggio al nostro modo di vivere, perché ci fa riflettere, ci mette davanti ad abitudini fondamentali del nostro quotidiano, a contraddizioni sociali ed a problemi etici.
Il secondo, invece, è un ri-torno all’arte del passato, in questo caso all’arte del Novecento, al ri-utilizzo della stesura del colore alla Schifano, al ri-uso del carattere delle lettere di Manzoni, a un ri-assemblaggio Spoerriano. Niente di più lontano della Pop Art, niente di più vicino all’arte Concettuale.
Tomaini è un precursore del ritorno, il pendolo della sua operazione artistica oscilla tra più stili, dal dipinto, alla stampa, per finire all’installazione e all’interfaccia tecnologica, rimane però definita l’identità dell’artista e la riconoscibilità dell’opera.
Se Giorgio De Chirico univa la storia dell’arte con oggetti del comune uso, Tomaini usa l’arte del Novecento insieme ai “nostri” oggetti quotidiani, anche se più astratti di un tempo.
Come l’opera dedicata all’autoritratto di De Chirico presente in mostra. In quest’opera l’artista è intento a farsi un “selfie” davanti al suo stesso autoritratto, il tutto è postato su Facebook, nella barra delle ricerche appare il nome “Giorgio De Ch”, proprio come quando cerchiamo una persona, non serve scrivere tutto il nome per trovarla. Questi inserimenti sono sempre riscontrabili nei suoi lavori, particolari atti a perfezionare la visione dell’insieme dell’opera d’arte, ma visibili solo a chi non guarda l’opera ma la osserva nella sua pienezza.