20161019

Ospedale psichiatrico, via le sbarre alle finestre e nuovo rapporto con la società

Così la Provincia di Como aprì le porte alla speranza



di Claudio Redaelli
Un nuovo volto per l’assistenza psichiatrica, con un servizio di salute mentale capace di precorrere i tempi e di anticipare per molti aspetti la riforma sanitaria nazionale.
A rendersene protagonista, fin dagli anni Ottanta, fu l’Amministrazione provinciale di Como, capace di “aprire alla speranza” l’ospedale psichiatrico del capoluogo lariano, ristrutturando per cominciare il servizio di assistenza su base settoriale e suddividendola in tre momenti - preventivo, curativo e di reinserimento - e riqualificando l’attività ospedaliera attraverso la distinzione tra la divisione per l’accoglimento dei malati acuti e le relative cure e i reparti che svolgevano di fatto attività puramente assistenziale.


Importante fu altresì l’azione svolta dalla Provincia per il progressivo reinserimento nel loro ambiente dei pazienti dimessi tramite la ricerca di collaborazione con gli enti competenti all’esercizio delle funzioni assistenziali e mediante esperimenti di comunità autogestite, meglio se di dimensione familiare.
Giovanni Fiamminghi, per lunghi anni stimato presidente dell’Amministrazione provinciale, non aveva del resto mai fatto mistero che il primo obiettivo doveva essere proprio il reinserimento sociale dei ricoverati, una volta guariti.
Via le sbarre alle finestre e nuovo rapporto con la società i punti cardine dell’efficace azione di Villa Saporiti. “Noi non siamo tra gli assertori che la malattia mentale non esiste - soleva dire proprio Fiamminghi - però non vogliamo che vengano considerate e trattate come malati mentali persone che non solo sono”.
Non a caso il presidente ebbe a sottolineare su una pubblicazione data alle stampe in quegli anni dalla Provincia che circa un quarto sul totale dei ricoverati avrebbero potuto essere dimessi perché clinicamente guariti e altrettanti pazienti dovevano rimanere dentro l’ospedale psichiatrico (che nel corso degli anni arrivò ad accogliere qualcosa come 2.000 malati) per mancanza di strutture socio-assistenziali intermedie e di un’adeguata organizzazione sul territorio.

Per almeno un decennio fu in effetti l’ente Provincia a intervenire in modo tanto massiccio quanto efficace sul fronte della psichiatria e un ruolo significativo ebbe a svolgerlo in particolare la commissione per la riorganizzazione dell’ospedale. Piace qui ricordare i nomi di Antonio Augusto Spreafico e di Gianfranco Conti Persini, che con il sottoscritto, consigliere provinciale a Como dal 1964 al 1980, svolsero un ruolo determinante nell’avvio e nell’attuazione della cosiddetta settorizzazione, preparata privilegiando l’assistenza extraospedaliera e operando di concerto e in armonia con le forze politiche e sociali, che costituirono un’energica forza trainante.
L’unanimità che accompagnò l’approvazione del nuovo regolamento del servizio di salute mentale merita in questo senso un rilievo tutt’altro che trascurabile, se si considera che a quella confluenza di opinioni si pervenne partendo da origini culturali, politiche e scientifiche diverse.
Serviva insomma un atteggiamento nuovo, perché - come ebbe a sottolineare in più occasioni sempre il presidente Fiamminghi - la società doveva rendersi conto che non era giusto e non era umano abbandonare all’interno dell’ospedale psichiatrico persone che potevano essere recuperate e risocializzate.


Anche gli operatori psico-sociali furono chiamati a “riconvertire” la loro professionalità rispetto a un sistema ormai acquisito e anche da loro dipese il successo di un’iniziativa di cui ancora oggi si avvertono sul territorio lariano i benefìci, con strutture capaci di ricalcare il cambiamento di impostazione voluto in anni ormai lontani dalla Provincia di Como nell’organizzazione dell’assistenza psichiatrica, evidenziando il valore del rapporto dinamico tra comunità e individuo, in funzione dello sviluppo della personalità dei singoli e della loro integrazione sociale.