20161005

Sul monte il canto delle pietre. Le chiese romaniche di Civate candidate per il patrimonio mondiale dell’Unesco

di Claudio Redaelli
Presentata dall’assessore alla cultura della Provincia di Lecco, Marco Benedetti, la candidatura della Basilica di San Pietro al Monte di Civate alla lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. Alla presentazione sono intervenuti anche Edo Bricchetti, coordinatore scientifico della proposta di nomination, e i referenti dei soggetti che hanno sottoscritto il protocollo di intesa: il Comune di Civate rappresentato dal sindaco Baldassarre Mauri, la Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino rappresentata dall’assessore Livio Bonacina, la parrocchia dei Santi Vito e Modesto di Civate e la Curia arcivescovile dell’arcidiocesi di Milano rappresentate dal parroco don Gianni De Micheli, e l’associazione Amici di San Pietro al Monte, rappresentata da Carlo Castagna.

Nessuno dei quali - giova ricordalo in premessa - ha ricordato l’ex presidente della Comunità Montana Lario Orientale, Cesare Perego, senza la cui iniziativa non ci sarebbe stata questa presentazione. Va infatti ricordato che è da ascrivere al merito di Cesare Perego l’aver fatto propria una proposta lanciata da Angelo Sala e Ugo Sacchi dalle pagine del quotidiano La Provincia di Lecco che venne condivisa, con un ordine del giorno di Ambrogio Sala fatto proprio dal consiglio provinciale di Lecco. In seguito a questi due atti amministrativi, sono state concretizzate alcune iniziative tra le quali sono da ricordare - ma nessuno lo ha fatto nella presentazione nella sala consiliare della Provincia di Lecco - il progetto del Parco San Tommaso - San Pietro, il Museo del Romanico a Civate, l’incarico della Comunità Montana allo stesso Bricchetti, le visite ai complessi monumentali civatesi (artefice lo stesso Cesare Perego coadiuvato anche da Paolo Tentori e da Angelo Sala) di alcuni dei principali medioevalisti degli atenei universitari europei.
L’iscrizione nella lista del patrimonio dell’umanità dell’Unesco, oltre a rappresentare il giusto riconoscimento internazionale del valore storico-artistico di San Pietro al Monte, e in particolar modo dei suoi affreschi e dei suoi stucchi, costituirebbe uno strumento di notevole efficacia in merito alla promozione e alla valorizzazione internazionale del comprensorio provinciale nel quale è inserito.
Al fine di promuovere la proposta di candidatura, è stato sottoscritto un protocollo di intesa tra Comunità Montana (ente capofila), Provincia di Lecco, Comune di Civate, Parrocchia di Civate, Curia arcivescovile di Milano, Associazione Amici di San Pietro al Monte. Edo Bricchetti è stato nominato responsabile tecnico-scientifico incaricato alla stesura della richiesta della nomination, coadiuvato da un tavolo di lavoro composto da uno o più referenti nominati dagli enti sottoscrittori del protocollo.
I compiti del citato tavolo di lavoro sono i seguenti: 1. Inquadramento storico territoriale dell’area di nomination e dell’area di rispetto; 2. Individuazione dei criteri di selezione che riconoscano al complesso religioso civatese la sua valenza di capolavoro del genio creativo dell’uomo, testimonianza unica ed eccezionale di una tradizione di cultura e di civiltà, esempio straordinario di una tipologia edilizia, di un insieme architettonico e paesaggistico che illustrano una fase importante della storia umana associata a opere artistiche e letterarie dotate di un significato universale eccezionale; 3. Sviluppo del percorso storico artistico della Basilica di San Pietro al Monte e dell’Oratorio di San Benedetto; 4. Analisi comparativa con altri siti già inseriti nella World Heritage List (la lista d’attesa); 5. Individuazione delle misure protettive e degli strumenti, politiche e programmi di promozione del bene (piano di gestione, piano di salvaguardia, piano di promozione) in un’ottica di esaltazione dei valori universali dell’arte, della storia e delle tradizioni di civiltà espressi dal complesso religioso civatese; 6. Correlazione dei percorsi ecomuseali presenti nell’Ecomuseo del Distretto dei Monti e dei Laghi Briantei interessati alla richiesta di nomination (ambiente, storia, fede, cultura materiale, patrimonio immateriale) e nella provincia di Lecco; 7. Descrizione degli interventi di protezione, tutela e delle tecniche di conservazione delle testimonianze architettoniche, artistiche e plastiche del complesso religioso.
I soggetti sottoscrittori del protocollo sono convinti che la richiesta di candidatura della Basilica di San Pietro al Monte di Civate a bene mondiale dell’umanità sia un percorso ideale per valorizzare il ricco patrimonio di idee e opere unico, irrinunciabile e irripetibile - come recitano le disposizioni dell’Unesco - espresse dal complesso religioso. 
Quello che si va a tracciare con la richiesta di iscrizione della Basilica di San Pietro al Monte in Civate nel patrimonio mondiale dell’umanità, è un percorso aperto d’interpretazione autentica del territorio e delle sue risorse. Un percorso che, a parere di molti, farebbe rivivere l’emozione della riscoperta dell’opera dell’uomo nella sua ricchezza di valori, simboli e coinvolgimenti e che assegnerebbe al monumento civatese un ruolo di bene e paesaggio culturale dominante nel sistema territoriale lecchese.
Di San Pietro al Monte, sopra la borgata di Civate per la quale un tempo passava la strada romana fra Bergamo e Como dopo aver superato l’Adda a Olginate, hanno già scritto gli storici e gli archeologi più ferrati, investigando su ogni minuzia. Non abbiamo novità da aggiungere sulla basilica dedicata al principe degli Apostoli, attribuita al longobardo Desiderio, re nel VII secolo, e all’oratorio di San Benedetto che le sta per così dire accoccolato ai piedi. Ci piace solo rileggere i pensieri di Carlo Linati nati da una contemplazione dei monumenti e dell’ambiente che li contiene: «Finalmente, eccole lassù le due chiesette, ritte su uno sperone del monte, in uno sprazzo di sole! Sorgevano dal verde chiaro di un prato in pendio, gracili e sognanti come due architetture da presepio. O dove diamine s’eran andati a cacciare quei bravi seguaci del Norciano! V’era già tutto un programma in quella loro ubicazione alta remota e triste in fondo a quella valletta selvaggia, su quel monte disabitato. In quei tempi in cui la fede era una focosa battaglia con l’infinito, l’anima doveva trovarsi meglio esaltata in questo paesaggio senza seduzioni e slanciarsi con maggior impeto a Dio».
Nelle modeste paginette di «Una passeggiata dilettevole e istruttiva nel Circondario di Lecco» si indicava, nel 1868: «Dell’antico chiostro non rimangono che poche celle. Alcuni archi diroccati sui quali serpeggia l’ellera, sporgenti sull’orlo della rupe lasciano giudicare essere stato quel cenobio angusto». Di queste reliquie ora non di vede praticamente più niente. Continuava la piccola guida: «I Benedettini che eressero quelle celle vennero ad abitare su quell’aspro monte verso il secolo VIII. Ma stanchi poscia, e per l’asprezza del luogo, e per essere troppo ristretto quel romitaggio, eressero nel paese di Civate un Monastero più ampio, dove eravi già un oratorio ed una casa di ricovero, con possessione per lo passato, dicevasi, del corpo di San Calocero». Ha notato anche il Giussani, citato da Gianpiero Bognetti nel volume «L’Abbazia Benedettina di Civate», che all’apparenza a San Pietro al Monte non potevano essere ospitati tutti i monaci elencati nel cosiddetto registro di Fabaria: nell’anno 845 infatti i «nomina fratrum de monasterio Clavades» erano ben trentacinque.
Ma è  proprio vero che i monaci stavano stretti e male sul monte? Carlo Marcora nel volume già citato sull’Abbazia Benedettina di Civate insinua altri dubbi: perché vien fondato un secondo monastero in basso; non bastava quello di San Pietro? E addirittura, chi ci assicura della priorità di San Pietro? Vogliamo altre incertezze? Assicurano alcuni storici che le reliquie del martire romano Calocero siano state trasportate da Albenga a Civate dall’arcivescovo di Milano Angilberto II, che è morto nell’anno 859; altri pensano all’arcivescovo Ariberto, ma allora si verrebbe avanti di un duecent’anni, mentre, per non dire altro, nella cripta della basilica civatese sono stati trovati frammenti architettonici sicuramente databili al IX secolo. Abbiamo poi il Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, secolo XIII, che conclude la «Passio sancti kaloceri militis» con l’affermazione: «Corpus est in mediolanensi diocesi, in clavatensi monastero, miraculose delatum», e cioè: è nel monastero di Civate, portatovi miracolosamente. È certo che San Calocero ha dato il nome all’Abbazia di Civate, quella in paese nella quale i monaci benedettini mantennero una fiorente comunità che raggiunse il massimo sviluppo nei secoli XI e XII (i possedimenti dell’abate di Civate si estendevano su larga parte della Brianza e sulle sponde del lago di Lecco).
Ai Benedettini subentrarono gli Olivetani, nel 1556; furono costoro a modificare radicalmente, alla fine del Seicento, la Basilica di San Calocero, salvando soltanto la cripta del Mille, e a rifare completamente l’antico monastero romanico, dando all’edificio la struttura a chiostro con due ordini di portici.
Non è  il caso di dire altro sulle vicende del monastero, se non che anche per Civate venne la stagione napoleonica  che portò la cacciata degli Olivetani e la soppressione di ogni vita religiosa su quel suolo. È ben noto che, quasi per un provvidenziale ricorso, fra quelle mura, consacrate dalle antiche preghiere e dalle fatiche dei praticanti la regola dell’Ora et labora, da ottant’anni sono accolti sofferenti per la privazione della vista. Per un miracolo di carità che avviò il lecchese monsignor Edoardo Gilardi nel 1930 e che più non si ferma.
(Pubblicato il 30 Novembre 2011)