20161123

Un racconto di Gianna Era:A Chilivani si cambia!

Un mare di ricordi e quella stazione ferroviaria tra Sassari e Cagliari



di Gianna Era
La partenza, quasi mai programmata, aveva il sapore della sorpresa. Bambina, avevo poco più di tre anni, il ricordo è fatto solo di immagini. Mio padre che col cappello sembrava ancora più alto, sollevava quella valigia enorme e la riponeva sul treno senza mai lasciarmi la mano. Una mano piccola, che tratteneva una borsettina di vernice nera, in tono con le scarpette alla bebè.

Lo scompartimento non era quasi mai affollato. Ricordo due suore che mi chiedevano notizie del viaggio che stavo per intraprendere. La destinazione era Civitavecchia. Arrivati al porto, ci saremmo imbarcati per la Sardegna. Là avrei visto per la prima volta i miei nonni e per la prima volta avrei toccato il suolo di quel paese sconosciuto per me già allora, aveva un senso magico.
Altre volte, negli anni successivi, con mio padre sarei tornata in quei luoghi che, poco a poco, sarebbero diventati sempre più familiari.
A Civitavecchia ci aspettava la carrozza con due bei cavalli. Era il taxi di allora. A quel tempo ero molto intimidita. Parlavo poco, mi piaceva osservare, ascoltare, raccontare.
Dopo esserci imbarcati su quella nave, che a me sembrava enorme, “il piroscafo” come lo chiamavano allora, mio padre cominciava a scartare un grosso pacchetto contenente una buona porzione di pollo arrosto con patatine.
A quell’epoca non c’erano né il self service né il ristorante sulla neve. Quella sarebbe stata la nostra cena. Per me era quasi un pranzo di gala.
Poi si andava in cabina e il papà, dopo avermi tolto le scarpe e fornito il necessario per la notte, mi adagiava sul lettino della cuccetta.
Quello che oggi i miei nipoti Davide e Paolo chiamerebbero “il sopraletto”.
La mattina presto, prima di sbarcare, mi accostava all’oblò per mostrarmi il panorama: un panorama senza confini fatto solo di cielo e di mare. Fu quella la prima volta che vidi l’alba, con un’emozione grandissima.
Ricordo lo sbarco. Gente che si accalcava, valigie piccole, grandi, grossi scatoloni incartati con manici di corda. La guerra era finita da qualche anno. Allora la Sardegna era quasi una terra sconosciuta, non certo frequentata dai Vip. Negli anni successivi, quando a scuola mi chiedevano dove avrei trascorso le vacanze, rispondevo con orgoglio: In Sardegna naturalmente, dai miei nonni.
Le mie compagne mi guardavano con aria compassionevole. Allora si parlava di sardegnoli e non di sardi, ma a me non importava e nei miei temi, qualunque fosse il titolo, trovavo sempre il modo di fare riferimento alla Sardegna, o per parlare di paesaggi o per parlare del vento.
Sbarcati a Porto Torres, il porto più frequentato di allora, mio padre mi spiegava che avremmo dovuto salire su un treno diretto a Sassari. Pochi istanti prima di arrivare al capolinea, il capostazione alzando la paletta gridava: “A Chilivani si cambia!”.
Mio padre velocissimamente impugnava il valigione, mi sollevava da terra e insieme scendevamo da quel treno per salire su un altro di dimensioni più modeste. “Il trenino”, come lo avevo battezzato io.
Trenino di cui ricordo ancora la scia di fumo che ci accompagnava per tutto il resto del viaggio.
Oggi la Sardegna è cambiata. Chi c’è stato una volta è costretto a tornarci. Il richiamo del suo mare e del suo cielo è forte. Non si può ignorare, forse però non tutti conoscono il raccordo Chilivani-Sassari, dove io ho depositato il mio fardello di ricordi.
Ogni volta che mi capita di passare di là rivivo le stesse emozioni di allora. Il trenino è stato sostituito da un grosso autobus blu, che alle 11 del mattino parte con destinazione Ozieri (paese di mio padre) anche privo di passeggeri, incurante del treno che lo ha preceduto, vittima di qualche minuto di ritardo.
Bisogna aspettare più di un’ora per la prossima coincidenza. Da più di dieci anni, spesso mi è capitato di ripercorrere questo tragitto per andare da mio padre, ormai ultranovantenne, residente là da tempo e non più in grado di venire fino al porto.
Anche oggi, pochi istanti prima dello sbarco, lo rivedo su quella banchina, la mano tesa sulla fronte per ripararsi dal sole, lo sguardo perso.
E’ un breve flash, che scompare rapidamente per lasciare posto a un’altra immagine: a quel luogo, a quella stazione, a quel treno.

Lo stesso di allora, con due vagoni in più e l’aria condizionata. Treno da cui mi affretto a scendere, mentre avverto ancora la voce del capostazione che con tono deciso ripete: “A Chilivani si cambia!”.