20170107

Giuseppe Galbani dalla Bonaiti A Gusen

 Entrata campo di concentramento di  Mathausen


di Enrico  Magni  (scrittore psicoterapeuta)  Il 25 dicembre duemilasedici Giuseppe Galbani è ritornato con i suoi compagni di allora: Pio Galli, Angelo Frigerio, Regina Aondio Funes, Bruno Sacerdote, Luisa Denti, Virgilio Vanalli, Sergio Frisio, Gabriele Invernizzi, Valentino Invernizzi, Spartaco Mauri. Sono le persone che compaiono nel libro di testimonianza “Una lunga storia di Libertà: dalla resistenza all'impegno sindale”pubblicato nel 1996 dalla Coop. Editoriale Logos di Lecco, per conto della Camera del Lavoro di Lecco.

Nel testo c'è anche la testimonianza di Pino Galbani di cui è riportata la prima parte.
«Testimonianze cariche di significati e di vissuti ancora individuali forti e profondi che rischiano di essere abbandonati nel turbinio inesorabile di un quotidiano mutevole che potrebbe cancellare le impronte di chi ha appena compiuto il passo.Testimonianze che vanno oltre la propria esperienza personale per divenire metafore della storia della Repubblica Italiana.
Corpi che hanno combattuto contro un destino furibondo. Corpi che hanno sopportato indescrivibili privazioni primarie come la fame, la sete, gli affetti gli amori, fino ai limiti della sofferenza. Ciò che appare in questi scritti è la dimensione enorme della corporalità politica. La realizzazione di un progetto di libertà, di fuoriuscita dal fascismo è passata attraverso la sofferenza, la privazione...Ciò è possibile perché i i corpi della resistenza, i corpi sepolti o bruciati nei forni infernali di Mathausen, di Auschwitz e quelli caduti per le strade delle città, sui monti, sulle colline, annegati nell'acqua salata o in quella dolce, ci hanno donato l'idea di una realtà possibile, lontana dai luoghi del terrore e della disperazione. (note del curatore Enrico Magni)».

                                                       

Prima domanda a Giuseppe Galbani: Che cosa si ricorda dei primi anni di guerra?
Lo ricordo come un periodo molto critico, soprattutto per la miseria e la fame. Tant'è vero che tutti nel 1944 abbiamo aderito allo sciopero perché volevamo sì la fine della guerra, ma anche che terminasse quel periodo di stenti: la paga era misera e il cibo mancava. Ci passavano 2 etti di pane al giorno; forse oggi 2 etti di pane sono anche in esubero, ma allora c'era solo quello. Erano proprio pochi. Quelli che svolgevano le attività più pesanti, come i lavoratori dell'Arlenico e del Caleotto avevano qualcosa di più.
Questi scioperi erano allora sia politici che economici?
Erano scioperi politici, volevamo che la guerra terminasse ed erano scioperi che rivendicavano una miglior condizione economica per gli operai. Lo sciopero del 1944 è costato la vita a 15 persone della Rocco Bonaiti. Hanno arrestato 32 operai della Rocco Bonaiti di cui 10 rilasciati, 22 deportati in Germania: 17 uomini e 5 donne. Ne sono tornati solo 7: 3 uomini e 4 donne. I due operai della File sono morti nel campo di Gusen.
A Gusen sono morti anche Pietro Ciceri della Badoni e Alessandro Dell'Oro della Caleotto-Arlenico.
Non avevate previsto una reazione così dura da parte dei fascisti?
No, non l'avevamo prevista. Noi eravamo dei ragazzi a quell'epoca. I più anziani dicevano che bisognava scioperare per porre fine alla guerra e per migliorare le condizioni di vita. Lo sciopero era nell'aria da tempo. Noi non ci aspettavamo una tale reazione, gli adulti forse sì, anche perché in politica quando si combatte un sistema, si incorre nella reazione della controparte. Avevamo però capito che per porre fine alla guerra dovevamo scioperare, per porre fine alla guerra bisognava lottare contro il fascismo e batterlo.
Questo è stato il primo sciopero.
Nel '43 non ha scioperato?
Ero ragazzo. Nel '43 nessuno ha scioperato. Non ricordo nemmeno di aver sentito parlare di sciopero a  Lecco, non mi risulta che in città fosse qualche fabbrica che avesse aderito allo sciopero.Avevano aderito invece tutte le fabbriche di Milano, Torino, Genova. L'abbiamo saputi dopo. Se l'avessimo saputo l'avremmo fatto anche noi. Non avevarn soldi per poterci comprare il giornale, e la radio, in casa, non tutti l'avevano. Allo sciopero del '44 invece abbiamo aderito tutti.

Lei è stato deportato a Mauthausen, come si viveva nel campo?
Raccontare della deportazione per me che l'ho vissuta non è tanto piacevole, vuoi dire parlare di dolore, di sofferenza e di atrocità vissuta sui proprio corpo e sul corpo degli altri.
Nel campo la vita cominciava al mattino presto e terminava alle 6 di sera; però non è detto che terminato il lavoro si poteva stare tranquilli. Di mattina c'era il controllo dei pidocchi, chi ne aveva, doveva andare a fare il bagno. C'era sempre qualcosa, non si poteva mai stare 10 minuti in "santa pace". Anche di notte, i tedeschi ci svegliavano, ci facevano uscire dalla baracca e ci facevano stare fuori all'aperto a fare ginnastica anche se pioveva o nevicava. Poi al mattino alle 4 e mezza c'era la sveglia. Immaginatevi... in una baracca ci stavano dalle 300 alle 400 persone. Uscivamo tutti per andarci a lavare senza sapone, senza niente, non avevamo neppure di che asciugarci. Usavamo la camicia, anche se ere sporca.
Poi si rientrava, bisognava vestirsi in tutta fretta e ci davano questo mezzo litro di caffè... chiamalo caffè, e poi in fila si doveva andare in piazza per l'appello. Aspettavamo che rientrassero quelli del il turno di notte per poterli rimpiazzare. Ciò che dava fastidio non era tanto il lavoro pesante quanto i maltrattamenti.
A mezzogiorno davano un litro di zuppa che poteva essere di spinaci, di patate, di crauti o di altro; ma il più delle volte era solo un liquido, che non serviva a niente, alla fine ci davano un pezzo di pane. La pagnotta dovevamo dividerla in tre o quattro pezzi, talvolta anche in dodici pezzi. Ci davano anche un pezzo di formaggio duro che ci spartivamo in dodici. Questo era il solo cibo che ricevevamo.
Però, mi ricorderò per sempre quel giorno, era il mese di agosto, una domenica pomeriggio, fu un giorno di gioia. C' era un uomo sdraiato che stava riposando, con una "T" posta sul triangolo rosso che tutti noi portavamo. Aveva il numero 120.000, io ero il 58.581. Ho pensato che forseera appena arrivato, l'ho chiamato e gli ho chiesto da dove veniva. Era di Lecco. Ho sentito una gioia immensa nel cuore, una sensazione inesprimibile, non saprei trovare le parole adatte. Gli ho chiesto il nome: "Bruges". Era figlio del capostazione di Lecco. L'avevano preso perché stava coi partigiani. Era sceso dalla montagna perché sua moglie doveva partorire. A causa di una soffiata l'avevano arrestato e portato a San Vittore. Da San Vittore era stato inviato prima a Mauthausen poi a Gusen. Sapendo che lui lavorava in fabbrica gli ho chiesto di farmi un cucchiaio per mangiare la zuppa. Mi ha portato un cucchiaio, insomma una specie di cucchiaio e io gli ho promesso che gli avrei dato qualche patata appena avessi potuto. E difatti mi sono recato nella sua baracca dopo 4-5 giorni portandogli 3 patate; la seconda volta non l'ho più trovato, era stato ricoverato in infermeria. Non ho più avuto occasione di incontrarlo. Non è sopravvissuto. È morto.

Fino a quel momento non aveva incontrato nessuno di Lecco ?
No. siamo stati 8 giorni a Mauthausen, poi ci hanno portato al campo di Gusen 1. Ci hanno messo in quarantena tutti assieme. Eravamo 700 operai provenienti da Lecco, Milano.Torino, Genova e Savona. Terminata la quarantena, ci hanno suddivisi a seconda del numero della baracca. Noi ragazzi siamo rimasti alla baracca 16; altri sono andati alla baracca 8, alcuni alla 11, altri alla 20. Parecchi sono stati sistemati nella baracca "A" che è stata costruita dopo. perché non erano più sufficienti quelle numerate. Anche noi, durante il periodo di quarantena, abbiamo contribuito alla costruzione del campo di Gusen N.2.
Gusen era ormai già pieno ?
Sì. A Gusen arrivavano continuamente prigionieri che il campo di Mauthausen non riusciva più a contenere: allora i tedeschi li mandavano a Gusen. A Gusen, quando arrivavano i convogli di deportati, per avere posto, si eliminavano quelli che stavano nella baracca degli invalidi. Il ricambio era continuo.
Quelli che andavano nella baracca degli invalidi venivano eliminati ?
Sì. Nessuno voleva finire neanche in infermeria, neanche quelli più conciati perché sapevano che il rischio di essere eliminati lì era certo.



Quando è tornato a Lecco ?
Siamo stati liberati il 5 maggio. Sono giunto a Lecco una sera verso la fine di giugno, mi pare che fosse il 28 o il 29 giugno. Con me c'era il mio amico Funes, che è morto nel 1992. L'altro compagno sopravvissuto, che è deceduto anche lui da non motto, la sera stessa della Liberazione si era avviato a piedi verso l'Italia. Un po' a piedi a con altri mezzi di fortuna è arrivato a casa. Io mi sono fermato ad assistere un compagno di Monza che era ammalato. Fin dal primo giorno vissuto con lui il lungo periodo della prigionia.Abbiamo sempre vissuto assieme: lavoro, baracca e alcune volte abbiamo diviso anche la stessa branda. Non mi sentivo di lasciarlo solo.
Siamo venuti a casa insieme. Ci siamo lasciati a Bolzano dove c'erano dei camion che aspettavano i prigionieri per riportarli a casa. Siamo stati divisi. Io sono rientrato a Lecco con un camion della Moto Guzzi, loro invece sono rientrati a Milano, a Sesto con un camion della Falk.
Il ritorno è stato bello, il ritorno è sempre bello. Sono arrivato a casa notte e i miei si sono persino spaventati... La gioia, l'emozione provata in quel momento nel ritrovarsi ancora vivi!
Assieme alla gioia ho provato anche dolore, perché sapevo che i familiari o glì amici dei miei compagni sarebbero venuti a chiedermi dei Loro cari. Loro che erano morti. Non avevo il coraggio di dire come erano morti.
Voi lo sapevate?
Noi sapevamo. Noi sapevamo come erano morti e per che cosa. Ma non lo si poteva dire ai loro genitori... era una tortura atroce giorno per giorno, non si poteva dire... morti... ammazzati di botte... non si poteva dire.
Noi eravamo un gruppo a Gusen: io della Bonaiti, 1 di Milano, 2 Monza, dei francesi, dei russi e dei polacchi; eravamo una cinquantina. Eravamo tutti dei ragazzi: 14 ai 18 anni. Alla fine siamo rimasti solo in 3: io, Angelo Signorelli di Monza, che è l'amico col quale sono sempre stato insieme e un altro ragazzo di Monza che è ancora vivo.
Quando siamo stati liberati, di italiani eravamo solo noi 3; c'erano poi 1 francese, 2 russi e 3 polacchi.
Li, come avete saputo della Liberazione ?
La Liberazione la si aspettava fin dal giorno in cui siamo stati imprigionati. Sapevamo che la guerra sarebbe finita, che un giorno ci avrebbero liberati. Non avevamo nessuna informazione, però si sentiva che la Liberazione doveva essere vicina perché nel campo c'era un grande fermento. Una decina di giorni prima della Liberazione c'è stata anche una sommossa nel campo di Mauthausen, una rivolta organizzata da un comitato di liberazione che esisteva all'interno del campo, tant'è vero che il 21 aprii e c'è stata una eliminazione di prigionieri sia a Mauthausen che a Gusen; ne sono stati, uccisi una cinquantina.


                                                                                              Cimitero dei soldati a  Mathausen

Anche a Gusen c'è stata questa rivolta?
Sì. Me Io ricordo perché la sera, rientrati dal lavoro, siamo dovuto andare a tirar fuori dalla baracca 24 gli uomini morti asfissiati. Questo particolare mi è rimasto impresso perché era il 21 aprile, il natale di Roma, e io ho pensato: "Guarda cosa hanno fatto". Però si sentiva che la Liberazione era imminente. I prigionieri che provenivano da altri campi. Ci dicevano che i Russi avanzavano da est e che gli Americani avazavano da sud e da ovest. Due giorni prima della Liberazione ci hanno detto: "Domani non si va a lavorare perché saremo liberati". Quella notte nessuno ha dormito. Il giorno dopo, invece, al mattino ci hanno mandato ancora a lavorare, però siamo rientrati due ore prima del solito. Il giorno dopo non siamo andati a lavorare; ci hanno tenuti chiusi nelle baracche finché, verso le 5 della sera, si è, sentito un grido: "Liberi, Liberi, Liberi!".
Si è aperto il portone, è entrata una gip americana... la bandiera americana. C'era un caos fenomenale.
Era sabato 5 maggio. Erano le cinque dì sera e pioveva. Non mi dimenticherò mai quella giornata, quel sabato sera. Aspettavo da tempo quel momento, lo aspettavo dal primo giorno che ero arrivato a Gusen. E dopo tanto tempo siamo stati liberati. Sono arrivato a Gusen il 19 marzo del '44 e vi sono rimasto fino al 5 maggio del '45. 14 mesi.
Siete usciti in tanti?

I campi di Gusen N.1 e N.2 erano vicini, a trecento metri in linea d'aria. Eravamo in molti, non sapevamo cosa fare in quel momento... la gioia... l'euforia...Siamo trascesi anche in certi atti di violenza, l'odio che ci covava dentro  era fortissimo..... Poi bisognava pensare agli ammalati che avevamo lasciato in infermeria...