20170430

1° MAGGIO 2017 VIRGILIO VANALLI SINDACALISTA e PARTIGIANO


Enrico Magni (scrittore Psicoterapeuta ) - Virgilio Vanalli nato a Cisano Bergamasco nel 1913, morto a Lecco 2001.  Partigiano, Sindacalista è stato arrestato più volte e torturato dai nazifascisti, è scappato dal Campo di Concentramento di Bolzano.
A Lecco è stato uno tra i principali organizzatori del sindacato prima e dopo la guerra. E’ stato  nel Direttivo dell’ANPI, nel Direttivo della Camera del Lavoro come SPI e per molti anni Consigliere Comunale a Lecco.


Quando ripenso alla storia di Virgilio Vanalli mi soffermo e, come per automatismo mentale, immagino di mettermi in piedi, mi tolgo il cappello, che non porto, e lo saluto con grande rispetto. Ho impresso nella memoria il suo corpo, la stretta di mano salda, sicura e onestamente sincera. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di bere un bicchiere di vino nella sua casa come suo ospite. Per strani giochi del destino, lo sentivo vicino, come se fosse di famiglia, inconsciamente mi ricordava mio nonno contadino, socialista e   il blu delle tute degli  operai. Mi colpì la forza della dignità di credere nella lotta per la libertà, per l'emancipazione dalla miseria e dalla subalternità. 

Virgilio. Io sono bergamasco.  Mio padre era capo dei Socialisti di Cisano Bergamasco. Dei quattro fratelli sono rimasto l'unico, ero bravo, forte, ero un bel bandito, in casa con i miei cugini eravamo 12 orfani, si mangiava  quello che c'era. È stata un'infanzia tremenda.
Incominciai  a lavorare a 7 anni, ero grande e grosso. Iniziai a Calolziocorte, da Gironi. Lui era capomastro, mi voleva bene perché ero un forte lavoratore. Mi mandò  a scuola di segno serale, me la pagò, per questo motivo sapevo fare bene il mio mestiere
A Calolziocorte, quando lavoravo presso il capomastro, non c'era nessuna organizzazione sindacale.
Mi sono sposato giovane prendendo in casa mia suocera e mia cognata. Mio suocero morì in guerra, un suo amico mi raccomandò di tenerle in casa. Con la mia prima moglie abbiamo avuto tre figli  morì subito appena nato. Senza molti soldi dovetti mantenere una famiglia di 7 persone.
Spesso mi si domanda quando sono diventato Comunista. Rispondo sempre: sono nato comunista. Mia mamma era credente, andava in chiesa. Tutti i miei parenti, compresi i nonni erano dei paolotti. Da bambino mi portavano in chiesa, i preti mi diedero tante di quelle botte, pizzicotti e tirate di orecchie, non ci volevo stare in chiesa.  Sono nato contro l'ingiustizia.
Volevano che mi iscrivessi all'Azione Cattolica allora me ne sono andato da Cisano, il paese era comandato dal prete, dal farmacista e dal maresciallo dei Carabinieri. A quindici anni mi sono misurato con i fascisti. I fascisti mi minacciavano di togliermi il lavoro, mi facevano passare per il cattivo del paese, ma in realtà i cattivi erano loro. Quando  veniva Farinacei e quella gentaglia, dovevo scappare nella bergamasca, altrimenti mi mettevano in prigione.
Ero partigiano dei GAP, portavo le armi ai partigiani in montagna e organizzavo la Resistenza in città. Mi arrestarono all'Arlenico con delle armi. Dovevo consegnare le armi ai partigiani. Mi dispiaceva lasciare le armi sui monti nascoste all’aperto, temevo che si rovinassero, avevo una casa fuori città e lì, in accordo con gli altri partigiani, le nascondevamo.

In quel periodo ero capo fornista ma anche capo dell'organizzazione clandestina all'Arlenico. Insieme agli altri compagni antifascisti distribuivamo la stampa clandestina  e organizzavamo gli operai. Facevo un po' di tutto, dal fornista al muratore, potevo girare in tutti i reparti distribuendo volantini.
Un uomo fece la spia, trovò i volantini, li portò a suo fratello che era nelle brigate nere.

Siccome stavamo sabotando il lavoro, da quindici giorni stavo costruendo un forno,  solitamente bastavano 2 giorni, quando mi chiamarono dalla direzione pensai: «Mi chiamano perché il Forno non è ancora pronto». 
Invece, mentre passavo per la strettoia che portava alla cantina, sbucarono fuori quattro fascisti armati di mitra e mi presero. Mi trasferirono a Calolziocorte, dal momento che il Fascista che fece la spia era di Calolziocorte. L’ordine era di fucilarmi davanti all'Arlenico a Mezzogiorno, perché a casa avevano trovato la stampa clandestina.
I partigiani, avvisati da un compagno della mia cattura, catturarono un tedesco e due fascisti, inviarono un fonogramma affermando che, se mi avessero ucciso, avrebbero ucciso gli ostaggi.
Ricordo ancora le botte che mi diedero per 4 giorni. Dopo 3-4 giorni di legnate, mi fecero vedere mia moglie, la mia prima moglie, che aspettava un bambino, vedendomi così conciato svenne:  ero tutto coperto di sangue. Ero un sangue solo. La  portarono via e ricominciarono a pestarmi, ma mai e poi mai uscì dalla mia bocca una parola.

Da Calolziocorte mi trasferirono al distretto di Bergamo dove c'erano tutti i capi fascisti. Tra questi c'era anche Comolli, un grande capitalista di Cisano, mi conosceva bene. Sapeva che ero antifascista, che avevo iniziato ad andare in galera quando avevo solo 15 anni.
Mi picchiarono. Uno di loro disse: «Dai un caffè a questo poveraccio»,  l’altro mi versò in faccia un catino di acqua bollente, poi mi portarono a Sant'Agata, dove mi chiusero nella cella dei condannati a morte.
In quella cella venivano messi solo i condannati a morte, non c’era un filo d’aria, i topi la facevano da padroni. In quella cella stavano solo quelli che dovevano essere fucilati. Dopo tre giorni mi trasferirono alla federazione del fascio, mi massacrarono di botte per farmi parlare. Quando sembravo mezzo morto con la Croce Rossa mi portavano via, lasciavano che recuperassi poi ricominciavano a torturarmi.
Capirono che mai avrei parlato, cambiarono strategia, incominciarono a trattarmi bene. Mi  promisero un pacco di soldi, mi ricattarono dicendomi che mia moglie era incinta, che avevo già la cognata, la mamma, che mio fratello era in Germania e non poteva tornare.
Mi dicevano: «Guarda, questi sono i soldi e i documenti, ti portiamo in Svizzera».
Ma non cedetti, non c’era niente da fare. Mi portarono all'ultimo piano. Ricordo ancora con chiarezza la mia intenzione: volevo buttarmi dalla finestra, ma mi tenevano d'occhio.
Mi portarono in una saletta dove c'erano alcuni fascisti e due signorine, penso fossero toscane, che mi punzecchiarono tutto il corpo, mi scottarono con le sigarette, mi infilarono i mozziconi delle sigarette nelle orecchie. Mi picchiarono, mi mostrarono di nuovo i soldi e alla fine dissero:«Allora ti porteremo dal dottor Resmini, che ti farà guarire un po' ».
Mi portarono presso una casa di suore, vicino a una chiesetta sopra la stazione.
Il famigerato dottor Resmini. Era un capo fascista. Aveva già ucciso 300 partigiani. Mi condussero da un certo Bolis, con il quale ero stato in Abissinia - dato che ero antimilitarista mi avevano mandato in Africa per punizione -,  mi riconobbe subito.
Mi disse:« Come sei diventato brutto a fare il partigiano»
Poi, si presentò Resmini che, come un pazzo, mi ordinò di guardalo in faccia, Resmini cavava anche gli occhi. Era impossibile guardarlo in faccia. Rincominciarono a interrogarmi, a picchiarmi, in quattro mi alzavano, poi mi lasciavano ricadere di peso, cadevo, ma non mi facevo niente. Mentre ero a terra Resmini mi venne sopra col rasoio per cavarmi gli occhi. Poi urlò: «Portatemi qui un imbuto e il sale».                                

Non mi cavò gli occhi, mise in bocca l'imbuto e mi fece bere il sale. In fondo al corridoio c'era una porticina che portava a una vasca piena di sterco. Mi legarono una corda al collo - ne porto ancora i segni - e le mani dietro la schiena, mi misero nello sterco, rimasi due giorni e una notte.
I fascisti mi provocavano: «Comunista, partigiano, ti abbiamo dato un'abbondante razione di sale e allora avrai sete», mi urinarono in faccia. Quando mi tolsero dalla vasca di merda,  mi vestirono  da fascista. Ero tutto sporco di sterco. Mi  riportarono  da quel pazzo di Resmini che, avendo capito che non avrei parlato, mi offrì, come fecero gli altri, dei soldi, documenti e il passaggio in Svizzera. Mi chiesero di che religione fossi, risposi che non ero credente, per me le religioni erano tutte uguali.
Alla fine Resmini mi portò fuori, chiamò un comandante: « Vanalli merita di morire. Sono già 16 giorni che lo stiamo torturando e non parla».
Sono stato torturato per 16 giorni. Mi lasciavano guarire, poi ricominciavano, mi sottoposero alla scossa elettrica, alla cassa delle morte, mi misero in una vasca piena di sterco. Urlava come un pazzo, io lo sentivo. Mi disse: «A mezzanotte ti fuciliamo».

Mi portarono sotto, in compagnia di un ragazzo, che avrà avuto 12 o 13 anni, tutto insanguinato. Gli chiesi che cosa avesse fatto. Mi rispose che i partigiani gli avevano consegnato una lettera da fa pervenire ad altri partigiani, l'aveva nascosta nel berretto, la trovarono .
In quella specie di cantina c'era un grande salone sotterraneo, con una piccola finestra, in un portacarte c'erano (per davvero) mascelle, orecchie, occhi, capelli...
Alle 11 di sera dei fascisti mezzi ubriachi mi picchiarono e mi diedero anche una coltellata, quando se ne andarono giunse un prete che mi disse: «Mussolini è il governo legale. Tu sei un fuorilegge, una pecorella smarrita. Il Signore ti vuole nel suo grembo, ti vuole con lui».
Gli risposi: «Senta un po', se il Signore è davvero così premuroso e umano, lei dovrebbe darmi la sua veste; in questo modo io potrei fuggire e lei resterebbe qui al mio posto».
Il prete era venuto per confessarmi sperando che dicessi la verità, se ne andò facendo fuoco e fiamme.
Dopo avermi torturato per l'ultima volta, mi misero in una cella insieme a uno che conoscevo. Era un povero diavolo che aveva rubato una capra per dar da mangiare ai figli,  aveva fatto cilecca, si era preso sei mesi di galera. Anche lui era antifascista. Ero conciato, non stavo più in piedi, lui prese l'unica camicia che aveva per farmi degli impacchi, poi mi cacciarono in un'altra cella insieme a due ladri.
Da Bergamo venni trasferito a Sant'Agata, dove le SS mi diedero ancora un sacco di botte,  decisero di trasferirmi a  Brescia, in un altro carcere. Venni incatenato e caricato su di un camion insieme ad altri compagni. A causa di un attacco dei partigiani, ci fermammo in un posto prima di Brescia, non mi ricordo più il nome. Ci misero in un capannone di legno, le SS ci sorvegliavano. Eravamo in sei o sette. Lì stettimo 3-4 giorni. Uno di noi aveva una seghetta, decidemmo di segare il legno e fuggire. Un gruppetto cantava forte mentre gli altri segavano. Io cantavo perché avevo la voce forte. Eravamo quasi sul punto di farcela, ma un prete vestito da SS ci scoprì e fece la spia, ci inflissero una ventina di frustate a testa, a torso nudo, a me ne diedero quaranta perché erano convinti che fossi il capo. Ci portarono a Brescia.

Eravamo una sessantina di prigionieri. La sera li conducevano nella cantina, alla mattina ne prendevano cinque o sei, li portavano alla torre, alle quattro del mattino li ammazzavano. Noi sentivamo gli spari.


Un membro del CLN, che era riuscito ad introdursi tra i fascisti, mi aveva avvertì che lungo la strada, che ci avrebbe condotto al campo di concentramento, avremmo incontrato l'aviazione inglese che ci avrebbe aiutato a fuggire. Così è stato.  I fascisti appena avvistarono l'aviazione inglese scesero  dal camion per nascondersi. Noi, pur essendo legati con le catene, ci dirigemmo  verso il Passo dello Stelvio, dove c'erano i partigiani, ma ci presero, ci portarono o al Campo di Concentramento di Bolzano.
Sul mio distintivo c'era scritto: ROSSO, COMUNISTA PERICOLOSO.

Mi mandarono alla stazione di Bolzano a lavorare. Un bombardamento uccise quasi tutti. Ci salvammo  solo in due dentro una buca: «vedevamo la gente che camminava qua e là senza la testa». Fu un vero massacro:« Io non credo a niente, credo solo nel destino, però mi domando come mai in quel posto ci siamo salvati solo in tre o quattro?»
Furono massacrate un centinaia di persone.
Il capo del Campo di Concentramento era in realtà un comunista. E' stato il primo sindaco di Venezia dopo la guerra
Dopo il bombardamento mi trasferirono alla cava della morte, dove veniva tenuta tutta la roba rubata dai tedeschi. Bisognava caricarla su un camion, chi non riusciva veniva ammazzato. Mi mandarono vicino a Merano a costruire baracche.
Ero l'unico pratico del mestiere e avevano bisogno di me. Organizzavo il lavoro. Bisognava costruire una baracca ogni quindici giorni. Ciascuno di noi era sorvegliato da due uomini delle SS con il mitra pronto. Il capitano tedesco, un buon uomo, mi mostrava il progetto delle baracche, mi dava anche alcuni panini e altri viveri. Mi confessò di essere contrario a Hitler.
In tre cercammo di fuggire, la prima volta che mi portarono a lavorare sopra Bolzano. Mi avrebbero dovuto deportare, ma la ferrovia per la Germania era stata interrotta per i bombardamenti. Mi misero a lavorare in un campo di aviazione e in tre riuscimmo a fuggire. Conoscevo le montagne, ci avviammo verso la strada dello Stelvio, a un compagno iniziò un congelamento a un piede, dal momento che ero il più forte, lo presi in spalla e lo portai in una casa. I padroni ci diedero da mangiare, pur essendo contro di noi, portai anche l'altro mio compagno in una casa, poi, da solo, mi sono incamminato verso lo Stelvio, arrivai in cima più morto che vivo, se non mi avessero preso sarei morto nella neve, è stato meglio così. Venni preso dalle SS che erano state informate da quelli che ci avevano ospitato.
Venni riportato in albergo, di nuovo giù botte della Madonna. I miei due compagni furono  portati all'ospedale, fui incarcerato a Merano, vi rimasi per una ventina di giorni. Lì c'era una signorina del CLN, la figlia del guardiano, mi fece mangiare, mi vestì in maniera decente. Mi trovai in cella con un prete protestante. Era bravo, parlava bene, da lui c'era da imparare.
A Merano mi caricarono su un treno con altri due prigionieri per portarmi al Campo di Concentramento di Bolzano, mi avevano classificato come rosso, comunista pericoloso, poi mi considerarono rosa, non pericoloso.
I comunisti erano rosso, comunista pericoloso, gli ebrei giallo e i democristiani rosa, non pericoloso, ce n'erano ben pochi. I prigionieri politici erano quasi tutti comunisti.

Riuscii a scappare. C'era una sola guardia. La guardia appoggiò il mitra  per cercare le sigarette, non trovandole prese il tabacco trinciato, si  mise ad arrotolarsela. Mi batteva forte il cuore, afferrai un bastone, gli diedi una tale legnata che gli spaccai la testa, presi la pistola, lo buttai nella buca e scappai
Arrivato nei pressi di Verona incontrai  due partigiani vestiti in borghese. Ero pronto a sparare ma per fortuna si fecero riconoscere, mi condussero in un loro ricovero, mi diedero da mangiare, solo un poco, perché non essendo più abituato rischiavo di morire di indigestione. Volevo raggiungere Brescia dove c'era l'Organizzazione, ma  a Brescia non c'era più niente.
Il caso volle che a Ospitaletto trovai un camion che era venuto a prendere la farina per l'Aldé, mi   riconobbero. Erano operai che erano alla ricerca di farina per gli operai dell'Aldé. Per oltrepassare il posto di blocco senza problemi mi nascosero sotto i sacchi, mi lasciarono a Calolziocorte. Da lì andai dalle parti di San Gerolamo presso un amico che aveva un nascondiglio, finalmente rividi  mia moglie.

Mancava poco al 25 aprile. Pesavo 49 chili. Sul mio corpo ci sono tutti segni delle torture, le piaghe nelle ginocchia. I fascisti mi tirarono fuori le vene col torchio per farmi parlare. Andai subito coi partigiani. Mi mandarono a Erba a distribuire i volantini, poi organizzai i partigiani a Suello.
Mi chiamarono a Lecco per la battaglia di Pescarenico: «Un mio amico è morto, mentre io sono rimasto». Abbiamo vinto, fucilammo gli ufficiali. Gli ufficiali prima sventolarono bandiera bianca poi uccisero altri 5 o 6 partigiani.
Dopo la Liberazione non entrai  nella polizia partigiana perché mi dissero:«Tu devi riorganizzare il sindacato dell' Arlenico». Questo avveniva anche prima della guerra, prima della caduta del fascismo prima di essere portato via. Così feci.

Dopo 1'8 settembre abbiamo costituito le  Commissioni Interne. Io sono stato eletto con il maggior numero di voti.  Quando è stata costituita la Repubblica di Salò, il PCI, a cui ero iscritto, ci ordinò dare le dimissioni, tranne qualcuno, come Attilio Magni, socialista. Sì, uno dei fondatori del sindacato. Fu eletto nella Commissione Interna e così fu espulso dal PCI.
Ero il capo della Commissione Interna. Sono stato il primo ad organizzare il sindacato insieme
a Gabriele Invernizzi, figlio di Luigino. Andavamo insieme a formare le sezioni, le sedi dell' ANPI. Sono stato un organizzatore sindacale.
Insieme al padre di Gabriele Invernizzi, Luigi, e ad alcuni organizzai i pochi gruppi antifascisti esistenti. Lavoravo all'Arlenico-Caleotto, facevamo quello che potevamo: organizzavamo riunioni di 7- 8 persone.

Nel 1949, dopo la firma del Patto Atlantico, ci furono degli arresti di sindacalisti e di partigiani. Io ero il capo. Mi salvò dal carcere un anarchico. La polizia gli chieseChi ti ha dato quel cartello da portare?». Lui disse che io non c'entravo.
Si trattava di una manifestazione non autorizzata, la polizia attaccò. La polizia si mise a sparare. C'erano tante donne, si spaventarono e iniziarono a scappare. La manifestazione non ebbe molto successo. I più audaci eravamo: io, Sergio Friso, Pino Redaelli e un altro di cui non ricordo più il nome.
Sono sempre stato nell'esecutivo della Camera del Lavoro. I primi segretari furono: Celeste Caimi della DC, Flavio Albizzati del PSI e Gabriele Invernizzi del PCI. All'Arlenico promossi molte rivendicazioni riuscendo a ottenere l'aumento di tutte le paghe, il fascismo le aveva abbassate anche ogni distinzione tra lavoratori qualificati e non. Abbiamo ottenuto le prime paghe di posto proprio all'Arlenico e al Caleotto.
Alla Commissione Interna del Caleotto faceva parte Pietro Galli, che fu sostituito dal figlio Pio. L'Arlenico e il Caleotto erano i due stabilimenti di Lecco che partecipavano maggiormente alla vita sindacale, agli scioperi.

Nel 1951 cercarono di comperarmi. Mi chiamarono, mi dissero di lasciare perdere, mi avrebbero dato tutti i soldi che volevo se avessi lasciato la Commissione Interna,  sarei diventato capo reparto. Indissi un'assemblea nella mensa per dire che avevano cercato di comperarmi. Un maresciallo dei carabinieri prese degli appunti su quello che dicevo.
Un anno dopo, nel 1952 mi licenziarono. 
Allora, per segnalare l'inizio di uno sciopero, i lavoratori si servivano del fischio della sirena; anche ai tempi della lotta clandestina, era un diritto acquisito. Un giorno la direzione dell'Arlenico ordinò di non azionare più la sirena. Nacque una contrapposizione tra le due Commissioni Interne. Quella dell'Arlenico era contraria ad azionarla, mentre quella del Caleotto era a favore. Dal direttore dell'Arlenico seppi che se avessimo azionato la sirena ci avrebbero licenziato tutti, avvisai gli altri. Non riuscii a convincerli, rimasi l'unico a votare contro l'uso della sirena: 1 su 18.
La Commissione Interna dell'Arlenico seguì Pio Galli che era a favore. Le sirene furono azionate, io ed altri compagni lavoratori siamo stati licenziati. Non licenziarono quelli della CISL e uno dei nostri che quel giorno era a casa. Iniziammo a lottare,  fermando pure lo stabilimento, ma perdemmo la battaglia.
Dopo il licenziamento andai alla Forni Impianti, il direttore durante la guerra aveva lavorato all'Arlenico. Questi mi assunse il venerdì, il lunedì, quando mi presentai, il padrone e il direttore mi dissero: «Guardi Vanalli, non possiamo assumerla, non perché lei è comunista e sindacalista; lo sappiamo che è un bravo operaio. Io non posso prenderla perché l'Unione Industriali, con questa lettera, mi ha avvertito che se la assumiamo non ci fornirà più le materie prime».
Era questo il motivo per cui i lavoratori licenziati non riuscivano più a trovare un posto di lavoro. Il Sindacato mi propose di lavorare nella sede di Oggiono,  rifiutai,  avevo da sfamare  una famiglia di 7 persone, lì non si guadagnava molto.          Allora sono andato a Vercurago a gestire l'albergo La Sirena, per quattro anni; successivamente iniziai a lavorare come venditore ambulante di stoffe.

Anche da ambulante sono stato parte dell'Esecutivo Camerale e della FIOM. Mi chiesero di far parte del sindacato degli ambulanti come rappresentante del PCI. Non smisi mai di fare il sindacalista come volontario.
Sempre e solo come volontario: « non ho mai preso soldi, li ho sempre dati, ho fatto 83 feste dell'Unità, ho organizzato iI Circolo di Maggianico che adesso e nostro. Adesso sono nel direttivo dell'ANPI e sono ancora nel direttivo della Camera del Lavoro come pensionato, nella Lega Pensionati di Maggianico».
Sono stato eletto più volte come Consigliere Comunale a Lecco anche se il partito non mi voleva. Il segretario della federazione voleva gente più istruita, un dottore per esempio. Mi inserivano nelle liste per ottenere più voti, ma come ultimo.
Ero l'ultimo della lista anche a Maggianico, si invitava la gente a non votarmi. Ero sempre eletto come terzo o quarto...sono stato anche primo. Il segretario della federazione del P.C.I mi accusava di andare in giro a cercare voti, non era vero.
Tutti gli operai mi conoscevano, la gente sapeva che non avevo paura di nessuno.

Ho sempre detto apertamente tutto quello che c'era da dire.


Maggianico oggi 2017