20170418

“L’Ambrosino d’oro” e quel romanzo che rivelò Pietro Pensa narratore di larga vena

di Claudio Redaelli
Ha per titolo “L’Ambrosino d’oro” ed è la storia di un amore drammaticamente espresso intorno al fuoco delle passioni politiche, dentro un quadro di grande interesse, al tempo della Repubblica ambrosiana e della prima signoria sforzesca.
L’autore è Pietro Pensa, indimenticato imprenditore e storico ma altresì lungimirante politico e pubblico amministratore della Val d’Esino e oltre, che pubblicò quel romanzo - edito da Cavallotti editori di Milano - nel 1956.

Proprio con quel libro Pensa si rivelò narratore di larga vena, unendo alla solida costruzione  la calda fantasia e la profonda esperienza umana che gli derivava dalla sua intensa vita.
Non a caso Pietro Pensa accanto alla professione coltivò le discipline letterarie, collaborando a riviste e a giornali qualificati.
Laureato in ingegneria e nato da un’antica famiglia lombarda appunto della Val d’Esino, l’autore de “L’Ambrosino d’oro” godette di vasta notorietà non soltanto in Italia ma anche all’estero, dove ebbe lunghe permanenze in vari Paesi europei e dell’Asia, oltre che in Australia.
La vicenda del libro di cui si sta parlando illumina scorci della vita rurale e cittadina di un tempo lontano e fa “vivere” il lettore proprio dentro quel mondo in virtù della sua grande abilità narrativa.
I molti episodi descritti, tanto vivi e spesso così commoventi da sembrare attuali, si svolgono sulle montagne lombarde e hanno quale palcoscenico ideale il Lago di Como e Milano.
Uno stile semplice rende fluida la lettura e mantiene desta l’attenzione, in una atmosfera di poesia.
Insomma è un libro che, pur se scritto come detto sessant’anni fa, il lettore non dimenticherà.
Singolare quanto efficace e godibile è la prefazione de “L’Ambrosino d’oro”, o per meglio dire “la non prefazione” di Emilio Guicciardi, scrittore capace di… sprizzare Lombardia da tutti i pori e milaneseria per cinque dimensioni. “Ma anche colui - come scrive lui stesso - che si può dichiarare felice di avere scoperto Pietro Pensa come narratore, insieme a un illustre storico quale Rinaldo Caddeo”.
“La tradizione lombarda non è morta - scriveva dunque Guicciardi rivolgendosi direttamente all’ingegner Pensa - e lei ha scritto un bel libro, con uno stile semplice, in un modo attraente e vergine. Era molto difficile farlo, sia per la materia storica addirittura medievale sia per quella impostazione di ardito realismo che si fonde con la poeticità della sua opera”.
“I suo personaggi non sono le marionette del romanzo storico - si legge sempre nelle pagine introduttive del libro - né gli automi della psicanalisi. Anzi, è bene in evidenza come le vicende umane si rassomiglino (se non si ripetono) in modo curioso col presentarsi di situazione e di reazioni quali quelle recenti che abbiamo sofferto”.

Poi altre considerazioni: “Mi pare che basti per dire a lei e ai lettori “Tutto per bene”. Ma questo è… Pirandello! Sicilia, vulcani, solfatare. No, qui siamo intorno a quel ramo del Lago di Como dove un Giovanni della Montagna, come mi piacerebbe chiamarlo, significa e onora la stirpe lombarda. Agli inferi quelli che pensano il contrario. E arrivederci tra cent’anni in fatto di opinioni”.