20170516

L'importanza della processione dedicata alla Madonna del Rosario nella storia di Lecco




di Gianfranco Colombo Il recentissimo restauro della Vergine con il bambino, che si trova nella cappella del Rosario della basilica di San Nicolò a Lecco, ha riportato in primo piano l’importanza delle processioni nella storia della nostra città e in generale del nostro territorio. Proprio la statua di quella Madonna, infatti, era divenuta il simbolo della processione che si tiene la prima domenica di ottobre, in occasione della festa di Lecco, dedicata appunto alla Madonna del Rosario. La tradizione di portarla in processione durante la festa di Lecco, risale al mese di ottobre del 1963.


Fu l’allora prevosto di Lecco, monsignor Ferruccio Dugnani, ad inaugurare le processioni con la statua della Vergine. Una tradizione che dovrà essere interrotta proprio per la fragilità della statua lignea, ma che conferma quanto fosse viva da noi la pietà popolare che trovava nelle processioni una delle sue manifestazioni più sentite. Non c’è parrocchia che non abbia la sua solenne processione per il santo patrono o per una ricorrenza particolare. Sappiamo tutti che l’affluenza a questi riti si è oggi affievolita, ma restano testimonianze precise di quanto segnassero i ritmi della vita popolare di ogni comunità. Ad Acquate, per esempio, è sempre stata fortissima la devozione a Santa Lucia ed il 13 dicembre di ogni anno la chiesa parrocchiale si riempiva di lecchesi in pellegrinaggio. Per questo, nel 1935, il cardinale Ildefonso Schuster decise di donare una reliquia della santa alla chiesa di Acquate. Il 31 marzo 1935 una solenne processione attraversò la parrocchia con la reliquia donata dal cardinale. Altra processione “epocale” fu quella che si svolse a Castello nel 1930 con il Crocifisso scolpito da Padre Giovanni Calabrese nel 1654. Fu un rito che si ripeté negli anni, ma in quel 1930 la partecipazione fu straordinaria. Di quella processione parla un testimone illustre come Uberto Pozzoli: «Ogni strada gioiva nella festività degli addobbi: oro, bianco, giallo, tricolore e verde dappertutto. Alle 20 la processione si muove dalla piazza della chiesa. Tutto il rione è affollato in modo pauroso. 

Gli incaricati del servizio d’ordine devono faticare non poco per aprire nella folla compatta il solco nel quale la processione dovrà sfilare. Si calcolano oltre quindicimila persone (e sono certamente di più) distese su due ali fitte per la lunghezza di tre chilometri: in  qualche punto d’incrocio le strade laterali brulicano di teste. Quando passa il Crocifisso, portato a spalla da otto uomini,  un mormorio si leva dalla folla, che si inginocchia. Precede un folto gruppo di cento uomini di Castello, i quali si sono offerti per l’ufficio di portatori. Ogni tanto dalla folla sale un applauso: è l’entusiasmo che rompe l’incanto del raccoglimento». Altra tradizione oggi dimenticata, riguardava la festa di San Marco, giornata in cui tutte le parrocchie della pieve confluivano in processione alla chiesa del convento di Pescarenico. «All’arrivo di ogni processione – scrive Uberto Pozzoli – suonava la campana del convento ed uno dei padri, in cotta e stola, si portava sulla porta della chiesa per dare l’acqua santa al popolo che entrava professionalmente. 

Giunte tutte le processioni, il prevosto di Lecco celebrava la messa ed al Vangelo un cappuccino faceva una predica di penitenza». Sempre il Pozzoli narra di alcuni risvolti non proprio penitenziali legati a questa ricorrenza. Vicino alla chiesa di Pescarenico c’era un tempo l’osteria della Zopa, che costituiva per molti un’appendice obbligata dopo le cerimonie: «Quasi tutti, finite le preghiere di penitenza, uscivan di chiesa e, fatti tre passi, infilavano l’osteria della Zopa dove trovavano pronte montagne di polenta fredda, padellate di gamberi cotti e un vinello tanto generoso che, due ore dopo, tra i gamberi superstiti, il naso dei confratelli e le mantelline rosse degli abiti, non c’era più differenza di colore». Per queste libagioni post processione, un anno all’osteria della Zopa un confratello della parrocchia di Acquate dimenticò la croce dorata della Confraternita: troppi gamberi e troppo vino per il pur cattolicissimo confratello. 

Al di là dei tanti altri esempi di seguitissime processioni che potremmo ancora fare, è evidente che per moltissimi anni quelle riunioni di popolo certificarono un preciso senso di appartenenza alla comunità, reso saldo dalla comune fede. Erano appuntamenti che ritmavano il calendario delle varie comunità e che scandivano quella pietà popolare che ha segnato le nostre terre.