20170730

DIVENTIAMO CITTÀ UNIVERSITARIA

Lecco deve trovare un ruolo preciso che le assegna la geografia


di Claudio Redaelli
 Mai come quest’anno c’è una parola che può efficacemente sintetizzare la campagna elettorale delle elezioni amministrative: NULLA. Non un’idea, non una proposta, non l’impegno su un progetto capace di fare uscire questa nostra città di Lecco che non è più industriale, che sta vivendo pesantemente la crisi del terziario, che non diventerà mai una città turistica, da un impoverimento sempre più preoccupante. O si abbandona questa pericolosa china, o si continua a precipitare. Magari continuando a costruire, ma per chi e per che cosa? Per diventare uno dei tanti dormitori satelliti dell’area metropolitana, unica spiegazione che giustifica la continua realizzazione di alloggi evidenziata da una skylinedove il solo elemento dinamico, cioè in movimento, sono le gru dei cantieri edili.

Giusto dieci anni fa, nel 2000, lanciavamo da questa stessa pagina un’ipotesi: fare di Lecco l’Università delle Alpi. E oggi la rilanciamo, anche per cancellare quella parola che è stata l’ossessiva costante della campagna elettorale. E lo facciamo partendo da un dato evidente: la centralità di Lecco nell’area lombarda, cerniera tra l’area della pianura e quella della montagna. La centralità di Lecco nell’arco alpino, dalla Francia alla Slovenia. Per capirci basta un’operazione semplicissima: una cartina geografica che abbracci l’intero arco alpino, un righello e una matita. Se con questi ultimi due strumenti si traccia una riga sulla cartina, seguendo la direttrice nord-sud e puntando su Lecco, ci si accorgerà che proprio la Valchiavenna, che di Lecco è un’appendice naturale tanto che il suo territorio fu candidato a fare parte del territorio provinciale lecchese, è esattamente al centro dell’arco alpino. Se poi, con il buon vecchio compasso, si punta su Lecco e si allarga il raggio a comprendere l’intera Lombardia, poi si traccia un cerchio, ci si accorgerà che quest’ultimo va a comprendere gran parte delle regioni alpine centrali, sia dell’Arge Alp che dell’Alpe Adria.
Dieci anni fa, parlando di localizzazione universitaria, pensavamo contemporaneamente a nuove direttrici europee sia stradali che ferroviarie di cui il territorio prealpino e alpino lombardo ha bisogno; pensavamo ad un ridisegno di una porzione considerevole della città di Lecco che non si riducesse alla mera trasformazione del complesso ospedaliero dismesso di via Ghislanzoni; pensavamo ad un nuovo ruolo del quale investire Lecco come epicentro di un nuovo modello di sviluppo sostenibile e realmente alternativo a quello finora percorso ma che si rivela sempre più drammaticamente obsoleto, il modello metropolitano. E proprio per far fronte a quest’ultimo pericolo avevamo anche chiesto con forza che l’operazione università con la trasformazione del vecchio ospedale non si limitasse al solo Politecnico ma coinvolgesse tutte le altre università milanesi, dalla Statale alla Cattolica alla Bocconi e, con il coinvolgimento diretto della Regione Lombardia che per la sua posizione di centralità è l’unica regione a far parte di entrambe le comunità di lavoro dell’arco alpino - Arge Alp e Alpe Adria - si progettasse una università di primissimo piano, con connessioni culturali ed economiche transfrontaliere e avendo come area di interesse, di ricerca, di studio e di progettazione, quelle Alpi che, storicamente, sono state l’ambito più rilevante del raccordo non solo di Lecco ma di tutta la Lombardia con l’Europa.
Chi seguì quella proposta e ha buona memoria ricorda che nell’imminenza dell’Anno internazionale della montagna - il 2002 - la proposta stessa venne reiterata trovando quei consensi oltre frontiera che dicevano chiaro che la proposta tanto peregrina poi non era. Quell’annata del Punto Stampa è a disposizione di chiunque voglia consultarla per documentarsi sulle reazioni che arrivarono dalla Svizzera e dall’Austria, dal Trentino e dal Tirolo del Sud come del Nord, dal Piemonte e dalla Valle d’Aosta. Chi consulterà quelle pagine scoprirà, con sorpresa, che mentre fuori Lecco la proposta fu presa in esame e valutata con grande interesse (come testimoniano peraltro anche le pagine di giornali che, nelle regioni e nelle nazioni prima citate, la ripresero condividendola in modo sostanziale) la reazione lecchese ebbe gli stessi contenuti di questa campagna elettorale: NULLA.
Sono andato a rileggere quelle tante pagine scritte nel 2000, nel 2001 e nel 2002, poi reiterate in forma più sintetica qualche anno più  tardi (2006) scoprendovi tra l’altro un aspetto inquietante: già allora, infatti, si paventava un’evoluzione critica del modello di sviluppo in atto - e si badi bene che allora erano gli anni in cui gli indicatori di crescita segnavano le percentuali record - cosa che poi si è puntualmente verificata come dimostra la condizione nella quale oggi ci troviamo. Situazione sulla quale, peraltro, era legittimo aspettarsi qualche indicazione proprio durante la campagna elettorale, e invece? NULLA.
E allora, proprio per cancellare questa parola, eccomi a rilanciare, in forma sintetica, quell’idea che, nei dieci anni trascorsi, non solo ha conservato ma rafforzato la propria validità. Concentrando l’attenzione su quattro punti.
1 - Al nostro Paese e all’Europa serve una fase di generale ripensamento, anche e soprattutto sulla organizzazione istituzionale della società. Questa università si candida ad essere il laboratorio di ricerca e le regioni alpine che ad essa fanno capo il laboratorio istituzionale di sperimentazione dei risultati delle ricerche. Una doppia realtà - ricerca e sperimentazione - dove in tempo reale si possano verificare la congruenza e l’attualità degli obiettivi e degli strumenti predisposti per assicurarne l’attuazione.
2 - Sgombrare il campo dalla logica fin qui seguita per mantenere una parvenza di realtà universitaria a Lecco, quella cioè di assicurare una sede al Politecnico che fosse un salvagente per la critica localizzazione a Milano. Ma in quale logica di programmazione sta scritto che deve essere Lecco a farsi carico di risolvere un problema di mero decentramento logistico da Milano? La programmazione vuole un polo universitario qualificato a Lecco, così da trovare qui una vera opportunità di studio universitario, e non un semplice prolungamento dell’istruzione secondaria superiore.
3 - In una realtà che, proprio per la pesantissima crisi in atto, deve muoversi sempre più nell’ottica di fare sistema, perché non fare sistema proprio tra quelle realtà territoriali e sociali che hanno una caratteristica comune fondamentale, quella della stessa localizzazione territoriale caratterizzata dalla presenza delle terre alte? L’Università delle Alpi consente di mettere in campo un soggetto totalmente nuovo e quindi dalle potenzialità dirompenti. Per dirla con un linguaggio caro agli storici, si mette in campo un soggetto che, pur agendo sulla scala propria delle autonomie locali, assume una specificazione puntuale dei problemi e delle scelte di un’area omogenea - nella fattispecie quella della montagna - concependo l’idea ed avviando il processo di approfondimento successivo.
4 - L’università, proprio perché tale, non comporta semplicemente una scelta localizzativa ma, di più, indica scelte ed indirizzi di tipo economico e sociale. Perché allora l’Università delle Alpi? Perché è nelle terre alte il nodo decisivo dell’Europa del terzo millennio. Quelle terre alte che, con l’esplosione delle contraddizioni ormai irreversibili dell’area metropolitana, stanno diventando il principale punto di riferimento dell’attività localizzativa. Ma per evitare i guasti di passati più o meno lontani, occorre un approccio totalmente nuovo alle terre alte. E per farlo servono figure professionali altrettanto nuove.

Proviamo a dare consistenza a queste figure: serve chi sappia progettare ed attuare interventi molto dettagliati che vanno dal turismo all’agricoltura, dal giuridico istituzionale all’economico, dal sistema energetico alle aree industriali senza residui, dai trasporti alla viabilità, dalle risorse forestali alla casa, dai centri storici all’acqua, dalla salute all’istruzione, dall’assistenza al tempo libero. Già con questo pur sommario elenco ci piace immaginare quali e quanti indirizzi di studio potrebbero essere elaborati all’interno dell’Università delle Alpi.