20170727

IL RISCATTO ALPINO PASSA DAL TERRITORIO


di Claudio Redaelli
 Le Alpi di oggi attraversano una fase inedita, nuova, così come il resto delle montagne europee, nella quale entrano con la specificità della loro storia. Una storia economica che con lo sviluppo della rivoluzione industriale ha dapprima coniugato le Alpi come bacino per lo sfruttamento delle materie prime di supporto alla nascente industria fordista urbana: il territorio è stato dapprima il luogo per l’estrazione dei metalli, della produzione di carbone, dell’utilizzo del legno, lo sfruttamento dell’acqua per la produzione idroelettrica, la quale ha portato l’industrializzazione nelle vallate alpine.

Un modello al quale si è affiancato, nel secondo dopoguerra, l’“oro bianco” del turismo della neve, nato da una serie di fattori positivi concomitanti (la neve anche a basse quote, la ricchezza diffusa in larghi strati della popolazione e la possibilità di maggior tempo libero per maestranze un tempo impossibilitate a concedersi ferie, riposi, weekend). Questo modello mixato delle Alpi come bacino estrattivo, industrializzato e “innevato” è entrato in crisi con la fine del modello industriale fordista di riferimento, un ciclo terminato a cavallo degli anni Ottanta e Novanta del Novecento.
Le Alpi devono quindi entrare nella modernità costruendosi un nuovo modello. Nel quale il territorio alpino stesso deve diventare un fattore innovativo. Il territorio, sostanzialmente sfruttato e messo ai margini nell’economia fordista, può prendersi oggi la sua grande rivincita e diventare la chiave di volta del riscatto alpino. Esso, infatti, nell’immaginario collettivo è già il garante dell’origine dei prodotti e sviluppato di simboli di qualità, di bontà, di purezza (emblematico lo storico spot di Reinhold Messner “bianchissima, purissima…”). Allora è su questo modello di riferimento che dobbiamo lavorare. Un nuovo modello che abbia il territorio al centro e che si diparta su una duplice specializzazione: geografica da un lato ed economica dall’altro. Il che si traduce in una politica di qualità dei prodotti, della vita e dell’ambiente circostante sul primo versante, e in una declinazione di questi aspetti in tutti i settori di attività (agricoltura, agro-alimentazione, industria, servizi, turismo) dall’altro.
Le condizioni per l’affermazione del nuovo modello sono già insite nel dna alpino: un’immagine territoriale forte, frutto dell’orgoglio di appartenenza, della coesione sociale e del mantenimento delle tradizioni. Gli strumenti sono invece la qualità, le politiche di “marca”, i processi produttivi certificati. Sapendo che la transizione economica delle aree alpine sottratta - sia dal punto di vista del racconto sia da quello dell’analisi - alla marginalità in cui è stata relegata ed inserita negli scorsi decenni.
L’economia alpina va oggi ricollocata nel passaggio che sta avvenendo tra la società industriale (caratterizzata dalla centralità del capitalismo urbano industriale per il quale le aree montane erano solo la periferia del processo economico) e la società dell’informazione (che vede il sistema delle imprese attraverso i distretti risalire le vallate e contemporaneamente l’estendersi dell’economia del turismo anche nei piccolo paesi montani). E allora il compito della politica, per l’affermazione del nuovo modello alpino, è ineludibile. Cogliere il nuovo posizionamento alpino nel ciclo produttivo moderno presuppone la riscrittura del patto sociale tra territorio e utilizzatori del medesimo.
In tale direzione, occorre anche perseguire tutte le opportunità  che possono prevenire dalla esecuzione della Convenzione per la protezione delle Alpi che, come è noto, è stata ratificata dall’Italia con la legge 14 ottobre 1999, n. 403. Essa si configura come un accordo-quadro. Fissa gli obiettivi per una corretta politica ambientale, per la salvaguardia delle popolazioni e delle culture locali, per l’armonizzazione tra gli interessi economici e la tutela del complesso e delicato sistema alpino. La Convenzione stabilisce i criteri ai quali dovrà ispirarsi la cooperazione tra i paesi interessati. Tutto ciò in ottemperanza ai princìpi della prevenzione, della collaborazione e della responsabilità di chi provoca danni ambientali.
L’oggetto della Convenzione - che si articola e attua in una serie di protocolli di esecuzione - è piuttosto ampio. Essa introduce nell’ordinamento norme rilevanti in materia di tutela delle risorse naturali e di sviluppo dell’economia, nel settore agricolo-forestale e in quello dei trasporti, intervenendo sul complesso dell’attività di governo delle zone interessate.
La legge di ratifica ha individuato gli organi nazionali competenti all’attuazione della Convenzione, preoccupandosi di coordinare l’iniziativa dei tre livelli di governo interessati: Stato centrale, regioni e autonomie locali. Tale accordo ha un importante impatto nel più ampio contesto delle future politiche europee, anche a favore delle aree marginali quali sono segnatamente quelle montane, sia sotto il profilo strutturale sia sistematico, e prefigura il rilevante ruolo delle autonomie locali nel riscontro, organizzazione e rappresentanza dei propri interessi secondo i principi di autonomia e sussidiarietà, sostenuti anche dalla Carta europea dell’autonomia locale. La Convenzione non investe quindi il solo profilo della preservazione ambientale, ma piuttosto il complessivo sviluppo socio-economico delle aree interessate, prevedendo un adeguato livello di coordinamento tra le diverse amministrazioni centrali, le Regioni e gli enti locali. A tal fine è stata istituita la consulta Stato-Regione dell’arco alpino, la cui composizione è rappresentativa di tutte le parti in causa.
A fronte dell’approdo istituzionale raggiunto con la legge di ratifica, è oggi necessaria una forte iniziativa politica dell’Italia per sbloccare la Convenzione dalla situazione di sostanziale stallo nella quale si è venuta a trovare in relazione alle differenti interpretazioni fra i Paesi sottoscrittori sui protocolli attuativi.
Dobbiamo dire che la Convenzione delle Alpi sconta nei fatti la sua errata impostazione iniziale, in quanto concepita originariamente come strumento giuridico calato dall’alto piuttosto che concertato con i territori di riferimento. Basti pensare che nella fase di discussione parlamentare del disegno di legge di ratifica, si è dovuto sostenere una dura battaglia per conseguire il risultato di prevedere il coinvolgimento attuativo degli enti locali, rispetto ad una concezione dirigistica ministeriale che ne voleva l’esecuzione soltanto a livello di dicastero dell’ambiente. Le materie dei protocolli non sono infatti riferibili, né esclusivamente né prevalentemente, alla protezione dell’ambiente ma ad uno sviluppo socio-economico compatibile e sostenibile con la medesima. Inoltre i contenuti e le procedure attuative si richiamano prioritariamente all’iniziativa delle autonomie locali, che presuppone la definizione di meccanismi di concertazione fra i tre livelli ordinamentali interessati: nazionale, regionale e locale.

È necessaria - lo ribadiamo con forza - una energica iniziativa politica per ricalibrare questo importante strumento e farne davvero tassello fondamentale per lo sviluppo sostenibile e durevole del territorio alpino, in coerenza con le aspettative delle popolazioni locali. Il nostro Paese non può che essere in prima fila in questo ruolo, alla luce del fatto che l’Italia è l’unica, tra tutti gli stati firmatari, a possedere sul proprio territorio l’intera catena alpina e pertanto esprime sensibilità e opinioni mutuate da una prospettiva più completa e organica rispetto ai punti di vista particolari degli altri partner europei.