20170703

VITTORIO MARTINELLI PITTORE MANZONIANO


di Claudio Redaelli
 «Un paese che chiamerei uno dei più belli del mondo», aveva scritto Alessandro Manzoni nella prima stesura del suo romanzo. Parlava di Lecco, il «gran borgo» legato alle memorie dei suoi anni giovani, che aveva scelto come teatro per i protagonisti della sua «storia così bella».

Tanta appassionata professione ammirativa scomparve dal testo definitivo: ma alla sua patria poetica il Manzoni ha dedicata un omaggio d’amore quale nessuna terra forse mai ha avuto. Tale omaggio d’amore si ritrova, altrettanto intenso, nei quadri di Vittorio Martinelli: lo si scopre nella tenerezza delle pennellate con le quali l’artista compone il quadro dell’ambiente, sullo sfondo di «quel ramo del lago» e del Resegone. Prorompe soprattutto nei suoi Pescarenico dove riecheggia, evidente, il sublime canto dell’«Addio, monti» in cui Alessandro Manzoni presta a Lucia dei sentimenti che erano i suoi, per il «tristo passo» dell’allontanamento da quelle «cime ineguali » fra le quali era cresciuto e alle quali, volontariamente, non sarebbe più tornato. Sul «magnifico delle vedute» che si dispiegano in «prospetti ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi» indugia il pittore con lo stesso affetto del romanziere, descrivendo la «sua» terra di Lecco. Di «que’ vari spettacoli» offrono infiniti scampoli le tavole di Vittorio Martinelli, che ha portato in tutto il mondo i «paesaggi manzoniani» perché nelle immagini del borgo fatto città - compresi i notturni presentati nella mostra «La poesia delle cose» di fine 2002-inizio 2003 alla Torre Viscontea voluta dal Comune e dai Civici Musei di Lecco - è sempre vivo lui, il Manzoni. Manzoniana è infatti tutta Lecco, con il suo lago, i suoi monti, i torrenti, le stradicciole, i villaggi sparsi sui pendii, l’ambiente nel suo insieme, insomma, e fin l’aria che vi si respira. 

Ogni particolare ha un richiamo manzoniano, non lo cancella il perpetuo scorrere dell’acqua dell’Adda che passa sotto il ponte, qui  alla sua seconda sorgente. Qualche cosa è mutata dai tempi del Manzoni: il «gran borgo» che allora si incamminava a diventar città, ha camminato davvero e città è diventato, ma a ben guardare si ritrova integro il quadro che vien fuori dall’incantato avvio del romanzo, lo «spettacolo » di Lecco, il poema di Lecco. E un altro riferimento che ci fa definire Vittorio Martinelli «pittore manzoniano » o, meglio ancora, pittore della terra manzoniana: è l’Adda. Il riferimento ci riporta nuovamente a Pescarenico, il luogo dove l’Adda ha ormai ripreso «corso e figura di fiume». E si tratta di un fiume che ha una presenza non accessoria nella vicenda degli sposi promessi, specialmente per quel suo comparire in scena in due momenti cruciali: la fuga di Renzo e Lucia dal paesello («s’udiva il gorgoglìo dell’acqua rotta tra le pile del ponte») e la fuga di Renzo da Milano verso Bergamo («fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore »). «L’Adda ha buona voce …», pensa il filatore di seta tendendo l’orecchio. Una «voce» che il Manzoni - e come lui il Martinelli - aveva imparato a conoscere fin dall’infanzia. Altri, soprattutto in occasione della citata mostra alla Torre Viscontea, hanno usato dotte e appropriate parole per sintetizzare il lungo percorso artistico di Vittorio Martinelli. A quelle pagine rimandiamo chi fosse interessato ad un approfondimento più completo. Noi ci accontentiamo, come fossimo in compagnia del pittore, di soffermarci nel punto in cui «il lago cessa e l’Adda ricomincia» a contemplare la sponda lecchese che risale, in un susseguirsi di seni e golfi, fin dove il fiume entra nel Lario. Pittori (e scrittori) d’ogni epoca hanno affidato al pennello (e alla parola) l’elogio del Lario e la descrizione dei più suggestivi scorci lariani. Nelle tavole di Vittorio Martinelli è l’eloquenza dell’immagine che fissa l’incanto della terra manzoniana. Il linguaggio del colore penetra l’essenza di questo paesaggio sobrio e sereno e schietto, velato quasi di tenera malinconia, fa scoprire scorci tranquilli di antiche borgate. E’ un tuffo in una natura che a tratti può apparire aspra, ma è insieme dolce, svela qualcosa del Domenichino e di Leonardo da Vinci. Un piccolo mondo che vive, lavora, protagonista di uno spettacolo senza confronti. Se in primo piano negli scorci manzoniani di Vittorio Martinelli c’è l’acqua di «quel ramo» e dell’Adda, lo sguardo è poi catturato dalla seconda componente che caratterizza il paesaggio del territorio: i monti. Il pittore ha per le montagne di casa quell’amore che è comune a tutte le genti lecchesi. E qui torniamo al Manzoni perché, come lo scrittore, assieme alle bellezze del lago sente «il domestico di quelle falde» che «tempera gradevolmente il selvaggio». Ecco perciò Renzo fuggiasco che «voltandosi indietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto fra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue». Ed ecco Lucia, prigioniera nei castello dell’Innominato, esclamare: «Mia madre! Forse non è lontana di qui... ho veduto i miei monti!». La forza e il significato di questi possessivi sono mirabilmente espressi dal Manzoni nella pagina dell’«Addio, monti » dove è il Manzoni stesso che si rivolge alle «cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari» e dal Martinelli nella carrellata di tavole dove sono le cime e le rocce care al romanziere, all’abate Antonio Stoppani, al geologo Mario Cermenati, ma che già aveva ammirate e descritte e disegnate Leonardo da Vinci: «cose fantastiche » diceva di aver trovato girando per la Valsassina. Sono le montagne sulle quali si sono alimentate le tradizioni e le glorie alpinistiche dei lecchesi, le montagne «nostre». Qui il Resegone - che Vittorio Martinelli spesso esalta nell’ora più emozionante, quella del tramonto, quando la montagna per la sua composizione rocciosa offre ogni volta nuovo lo spettacolo cromatico dell’enrosadira dolomitica - è davvero un simbolo. Quando il Manzoni lo presenta, dicendo dei «molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega », spiega che «non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune ». E’ una nota personale: era lui, lo scrittore, che andava sui bastioni di Milano a rimirare con malinconia quelle cime indimenticabili sotto le quali aveva trascorso tanti anni. E così potè interpretare dal vivo i sentimenti di Renzo e Lucia. Nelle tavole di Vittorio Martinelli si ritrova, infine, un’altra «pennellata» manzoniana, quella della costiera di Lecco che «scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di San Martino, l’altro il Resegone». Guardando i due monti, sulle tavole di Vittorio Martinelli, non si può non pensare a «il diadema de’ miei monti», come definisce con tenerezza questa cerchia il lecchese Antonio Stoppani, lasciandosi sfuggire come un sospiro, nel «Bel Pese »: «Non la finirei più, quando parlo de’ miei monti».