20170806

Quando Tettamanzi disse del beato Serafino Morazzone: “Si affidava totalmente a Gesù”


Il cardinale Dionigi Tettamanzi, a sinistra, celebra la messa nella chiesa parrocchiale di Esino Lario. E’ l’ottobre 2013.


di Claudio Bottagisi
Dopo la sua beatificazione da parte di Papa Benedetto XVI nel giugno 2011, era stato il cardinale Dionigi Tettamanzi a ricordare don Serafino Morazzone con una messa solenne concelebrata nel rione lecchese di Chiuso e a onorare il “buon curato”.
Tettamanzi è sempre stato un convinto fautore della causa di beatificazione di don Morazzone e l’aveva ribadito già in occasione di sue precedenti visite in terra lariana.

“Il mio predecessore cardinale Schuster, arcivescovo di Milano - disse - amava ricordarlo come il nostro curato d’Ars. Annunciava la parola di Dio attraverso la dottrina cristiana e la predicazione, consegnando la sua vita alla preghiera e donando ai suoi parrocchiani miracoli di santità”.
Il 2 aprile 2011 Tettamanzi ebbe ad affermare: “Il beato Serafino è una splendida conferma che Dio non si stanca mai di amare l’uomo, che ha creato con amore e all’amore. E’ una prova incrollabile che Dio non si stanca di suscitare uomini e donne, fedeli laici e consacrati, presbiteri e consacrati, che rispondano con prontezza ed entusiasmo alla sua sete di amore ”.
E nel 2008, in una sua omelìa tenuta sempre a Chiuso, il cardinale arcivescovo spiegò: “Tutta la sua intensa attività apostolica traeva ispirazione, sostegno e slancio da una vita di straordinaria preghiera. In particolare, il curato di Chiuso pregava molto davanti all’Eucarestia, affidando a Gesù il benessere spirituale della comunità parrocchiale tutta”.
“Giorno e notte - aggiungeva il prelato - passava ogni ritaglio del tempo che gli avanzava dal ministero davanti all’Eucarestia. Non tralasciò mai di celebrare la messa, né per urgenza di affari né per importanza di occupazioni, né per eccesso di stanchezza né per gravità di malori. Non si potè mai indurlo a omettere di celebrare la santa messa, dal che dobbiamo concludere che a tutto l’animava l’ardore della carità divina e che questo solo lo tenesse in vita”.