20171022

DISAGIO SOCIALE E OMICIDIO FAMILIARE


di Enrico Magni
Sotto il cielo inquinato ai piedi delle Prealpi  lombarde sono ricorrenti degli eventi che mettono di discussione lo stato del benessere sociale ed economico.  Dentro a questo benessere ci sono sacche di povertà, di miseria che sono tenute il più possibile ai margini del mito asburgico della ricca e produttiva Lombardia. Poi si assiste a eventi ricorrenti di omicidio-suicidio familiare.
E’ facile e semplice ricostruire un calendario di questi omicidi stando solo sull’asse triangolo Monza-Varese-Sondrio. In questo triangolo si registrano (proporzionalmente) più suicidi singoli e omicidi familiari che in tutte le altre località.
L’omicidio-suicidio familiare di Como è l’ultimo, sono solo passati due anni da quello di Chiuso, Lecco. C’è sempre una costante che riemerge, è quella di una mancanza attiva, fattiva e non ricattatoria e sicuritaria dei servizi sociali ormai completamente appaltati alle varie coop di servizio e centrati a svolgere una funzione normativizzante per il controllo sociale.
La politica proposta dal centralismo regionale e dei comuni è lontana da quelle che sono le stratificazioni complesse e dinamiche di questa società frantumata.  La frantumazione è una caratteristica della società a valle delle Prealpi  Orobiche perché è più speculare al conflitto globalizzazione localizzazione.
I motivi che portano a un familicidio (omicidio in ambito familiare) sono vari: condizione sociale, economica, povertà, vendetta, gelosia, impotenza, disagi psicopatologici.
I fattori ambientali, sociali, economici e psicologici sono importanti e interindipendenti l’uno dall’altro.
Quando c’è un omicidio familiare vuol dire che l’omicida sta vivendo  un processo cognitivo ed emozionale distorto e distorcente.
In sostanza l’omicida vive una condizione soggettiva distorta, tutto quello che gli sta attorno è elaborata in modo distorcente. La realtà, le condizioni affettive, economiche, sociali sono sottoposte a una deformazione; le emozioni, i fatti, le relazioni sono costantemente interpretate per confermare il pensiero deformato e deformante.
L’oggetto che motiva l’azione omicida cambia in funzione di chi è l’agente dell’atto. La motivazione dell’atto omicidario della madre nei confronti dei figli o del marito va ricercata in una costellazione psicologica diversa dall’atto omicidario del padre: il ruolo, il genere sono importanti e sono distinguibili.


C’è però una costante omicidaria che è presente negli stessi attori familiari. E’ la costante dell’appartenenza, dell’unicità, dell’identità, del possesso, dell’essere una cosa unica che vive solo se riesce a stare in simbiosi con se stessa vivendo in uno stato fusionale inscindibile: l’uno non può vivere senza l’altro (uno per tutti e tutti per uno). Questo è il dato costante e di base che ricompare.
Il padre che uccide i figli,  perché è in uno stato di povertà materiale, perché è senza lavoro, perché si sente abbandonato dai servizi sociali d’assistenza, è convinto che senza di lui non c’è possibilità di soluzione per i suoi figli, per la sua famiglia: lui è la vita, lui è la morte.