20171125

Il Civico Spedale e l’assistenza sanitaria nella Lecco del XIX secolo

Bovara sempre al centro della vita dei lecchesi.



Autori: Chiara Frigerio, Aloisio Bonfanti L’archivio storico della Città di Lecco attualmente non è fornito di materiale inerente la storia dell’assistenza sanitaria in senso pratico: i documenti risalenti al periodo compreso tra il 1741 ed il 1900 sono solo relativi a lasciti, donazioni, testamenti o ad atti locali puramente amministrativi. Sono inoltre presenti i disegni di pianificazione architettonica del primo Ospedale di Lecco a cura dell’arch. Giuseppe Bovara (Lecco,1781-1873).


L’Ospedale di Lecco ha alle spalle una tradizione assistenziale di 250 anni di storia. Purtroppo, a causa di due trasferimenti e cambi di edifici, il primo nell’anno 1900 ed il secondo tra il 2001 ed il 2003, numerosi documenti storici sono andati persi, buttati od addirittura rubati. E’ per questo motivo che attualmente l’Ospedale Manzoni di Lecco è in possesso di un archivio povero e manchevole dal punto di vista della numerosità del materiale. Tuttavia, grazie all’attenzione e alla meticolosità di pochi interessati, alcuni atti e documenti sono stati conservati.
Ha di recente attirato l’attenzione della scrivente (Chiara Frigerio) un regolamento risalente al Dicembre 1844 inerente l’organizzazione e la gestione ospedaliera del tempo. Il documento in questione ha come titolo “Regolamento e Pianta Morale del Civico Spedale di Lecco”. Il regolamento analizzato, secondo la classificazione di Droysen del 1960, risulta essere un avanzo essendo stato scritto dagli uomini dell’epoca al fine di provvedere all’immediata necessità di disciplinare l’organizzazione e l’attività del Civico Spedale di Lecco. In base al periodo storico di riferimento si desume che la carta utilizzata sia stata prodotta a partire dagli stracci. Il documento è un manoscritto cartaceo scritto con inchiostro a china e, come era usanza, tamponato con sabbia al fine di permettere l’impregnazione della carta. Tale embrionale rilegatura permette ai fogli di restare uniti e piegati a metà, costituendo quindi sedici facciate compresi il frontespizio e la pagina finale. L’”avanzo” è un fascicolo costituito da quattro fogli protocollo rilegati da un cordino giallo e marrone annodato nel mezzo.
Nel Regolamento del 1844 emerge quanto la moralità fosse di centrale importanza in quel periodo storico, tanto da essere citata nel titolo e in alcuni articoli. In associazione alla moralità, anche la fede cattolica giocava un ruolo importante nella società del tempo: nell’articolo 4 viene citata due volte e un intero capo, l’ottavo, è dedicato all’assistenza religiosa all’interno dello Spedale. Tale pratica era affidata al Parroco e ai Coadiutori del luogo.
Il soccorso ai poveri, per il quale la Comunità affrontava numerose spese (rimborsi agli ospedali, sussidi di latte, sussidi straordinari di pane o denaro, pensioni), avveniva anche attraverso la collaborazione delle parrocchie e di alcune congregazioni laiche. Fino al 1849 gli attestati di povertà e di miserabilità, necessari per ottenere un sostegno economico pubblico, venivano rilasciati dai parroci della città, ai quali era riconosciuto un ruolo civile di fondamentale importanza. Anche se i certificati dovevano essere controfirmati dai commissari del Governo, tuttavia "l'autorità decisiva" era quella dei parroci, che si facevano garanti non solo delle condizioni di indigenza, ma anche della buona moralità dei loro parrocchiani.
Altro punto saliente è l’impostazione rigorosa per le procedure burocratiche e di autorizzazione, più volte presenti nel testo: registrazioni, visti e certificazioni con firma erano all’ordine del giorno ed ogni figura operante all’interno della struttura aveva un ruolo ben definito. Dal regolamento si rileva facilmente la presenza di infermieri maschi e femmine. Era inoltre presente la suddivisione gerarchica di infermiere primo ed infermiere secondo. Gli infermieri primi “non avranno altra incombenza che della continua assistenza dè malati della propria sala” mentre l’infermiere secondo “si presterà pei bisogni straordinari della sala, servirà alla cucina e agli altri bisogni dello stabilimento. Si presterà egualmente pei bisogni della sala, e servirà per lavare e rattoppare la biancheria”. Altri compiti infermieristici erano l’occuparsi della biancheria personale degli infermi, il provvedere agli istantanei bisogni dei malati permanendo in sala con loro, il vigilare sugli ingressi nelle sale. “Il servizio medico verrà prestato dal Medico Chirurgo stipendiato dal Comune di Lecco e dal legato Pagani, nonché dal Medico Chirurgo supplente stipendiato dal Comune per i poveri del Comune di Lecco”. Il medico era tenuto a visitare gli ammalati ogni mattina ed ogni qualvolta lo ritenesse opportuno l’infermiere. La legislazione dell’ospedale imponeva che fosse diligentemente osservata la separazione dei maschi e delle femmine e che venissero immediatamente esclusi dall’assistenza giocatori ed altri elementi indesiderabili. Quindi, come era abitudine in quel periodo storico, l’assistenza era diversificata per sesso e gli infermieri assistevano gli uomini mentre le infermiere assistevano le donne. I ricoverati nello Spedale erano assistiti continuamente, notte e giorno, dagli infermieri primi. Per i malati era attivo un servizio di lavanderia, non solo per la biancheria ospedaliera ma anche per gli effetti personali; gli abiti venivano lavati e rattoppati e quelli non necessari durante il ricovero venivano custoditi con precisione presso il guardaroba.
La firma in calce al documento è di Vittorino Cremona (Lecco,1773-1850). Su numerosi testi di storia locale viene citato il nome di questo sacerdote, già amministratore del Luoghi Pii elemosinieri a Lecco dal 1827, che tanto si prodigò al fine di realizzare l’ospedale e del quale divenne amministratore. Vengono nominati inoltre tre benefattori: Antonio Muzzi, Pompeo Redaelli ed il Legato Pagani Antonio Muzzi, era un commerciante locale che donò 40.000 lire milanesi per la costruzione dell’ospedale. Pompeo Redaelli donò il terreno su cui edificarlo mentre al legato Pagani era destinato il pagamento del Medico Chirurgo.
A seguito delle ricerche effettuate è possibile affermare che l’ospedale di Lecco ebbe certamente una nascita travagliata ma che risultò fin da subito essere luogo di riferimento assistenziale per un vasto bacino di popolazione. Tale caratteristica rispecchia senza dubbio un elemento distintivo di quello che è oggi l’Ospedale Manzoni per la nostra Provincia e non solo. 
Chiara Frigerio

            La dott.ssa Chiara Frigerio, nella sua ricerca storico-sanitaria, affronta, tra gli altri, un argomento di primario interesse per la storia civica di Lecco, come la costruzione del nuovo ospedale intorno alla metà dell’Ottocento.
Verso il 1830 il borgo di Lecco sentiva sempre più la necessità di un ospedale. Lasciti e donazioni si erano susseguiti negli ultimi decenni; il primo risaliva al 1741, per testamento di don Giambattista Pagani, parroco di Acquate. Le somme raccolte non erano, però, ancora sufficienti a sostenere un’ingente spesa.
Nel 1835, grazie alle donazioni compiute da Pompeo Redaelli ed Antonio Muzzi, fu possibile dare il via al progetto  del nuovo ospedale, affidando lo studio al noto Giuseppe Bovara. I lavori di costruzione iniziarono nel 1836, ma l’autorizzazione ufficiale giunse il 3 ottobre 1838. Giuseppe Bovara progettò gratuitamente l’ospedale, attuale sede del municipio, inaugurato in tale veste il 13 aprile 1928 dal re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia. E’ stata una inaugurazione che coincise praticamente con il decollo della “Grande Lecco”, che prese avvio il 1° marzo 1924, con l’unificazione a Lecco centro dei Comuni “confinanti o contermini”, completata con l’aggregazione del grosso Comune di Maggianico, che comprendeva anche Chiuso.
Il progetto Bovara – come studia Chiara Frigerio – prevedeva l’edificazione di quattro cortili porticati, di cui quelli ad oriente delimitavano due costruzioni isolate: l’oratorio (cappella) e la sala anatomica. Del progetto iniziale dell’architetto Giuseppe Bovara fu portata a termine solo una quarta parte, cosicché l’edificio ultimato consisteva in un solo cortile porticato. Difficoltà economiche avevano rallentato il cantiere, tanto che il Bovara, che aveva già gratuitamente messo a disposizione la sua competenza professionale per i lavori, ritenne opportuno aggiungere una sua personale offerta per pagare le colonne del portico.
La ricerca della dott.ssa Chiara Frigerio menziona don Vittorino Cremona, che ha avuto un ruolo importante nell’ospedale e che era il cappellano dello stesso. L’ospedale aveva una chiesetta (cappella o oratorio) dedicata a Santa Maria del Presepio, da un dipinto esistente di Panfilo Nuvolone. Il 23 giugno 1845 vennero solennemente accolte all’interno della cappella reliquie del Beato Pagano; Pietro Fedele Pagano era un religioso domenicano nato a Lecco nel 1205 e trucidato il 26 dicembre 1277 a Colorina, presso San Pietro Berbenno, in provincia di Sondrio, da due sicari eretici. Le reliquie vennero consegnate al prevosto di Lecco, Antonio Mascari, ed al cappellano dell’ospedale don Vittorio Cremona, dal vescovo di Como mons. Carlo Romano, in quanto i resti del martire erano custoditi nel territorio diocesano che aveva visto il suo nobilissimo sacrificio. Oggi, dove c’era la cappella di Santa Maria al Presepio, si trovano uffici del settore Lavori Pubblici e Territorio. Il palazzo Bovara rimase ospedale sino all’ottobre 1900.
L’adeguamento del palazzo a sede municipale, nel 1927, si deve all’allora ingegnere capo del Comune Iosto Braccioni, sepolto nel monumentale di via Parini.
La presenza nella cappella dell’ospedale delle spoglie mortali del Beato Pagano, eroico testimone di fede, suggerì ai giovani cattolici “nostalgici” dell’ultimo Papa Re Pio IX, di dedicare al martire il Circolo papalino che stavano costituendo: occorreva continuare a combattere contro i nemici della Chiesa, dichiaravano i giovani del Pagano, come aveva fatto il Beato predicatore domenicano. Il Circolo venne chiuso, tra il 1898 ed il 1901, dalla Polizia, per comportamenti ritenuti eccessivamente “barricadieri” verso il Regno d’Italia e le autorità costituite.
Il Circolo Beato Pagano escì di scena dopo l’arrivo a Lecco, nel gennaio 1907, del prevosto don Luigi Vismara. E’ stato don Vismara, nel riorganizzare tutta la realtà parrocchiale, a chiedere lo scioglimento del Circolo dopo 23 anni di azione con i vessilli bianco-gialli alzati per riaffermare la fedeltà alla Santa Sede, al grande Papa Pio IX. Un nuovo vento soffiava, comunque, su tutta la situazione non solo cittadina, con il declino per, ormai, logorati eccessivi miti risorgimentali e garibaldini. E, guarda caso, la cappella del nuovo oratorio di don Luigi Verri, nel 1909 viene dedicata all’Immacolata Concezione, il grande dogma del Pontefice Pio IX.

Alcuni ritengono ancora oggi che la chiesetta dell’oratorio sia dedicata a San Luigi, per i sei affreschi corrispondenti ad altrettanti episodi di vita del patrono della gioventù. Ma la chiesetta è, invece, dedicata alla Madonna Immacolata. Potrebbe essere, quest’ultimo argomento, un nuovo motivo per ulteriori ricerche della dott.ssa Chiara Frigerio.