20171119

SARA’ UNA LUNGA ATTESA PER IL TEATRO SOCIALE

Enrico Magni
La storia e l’uso del Teatro della Società di Lecco sono segnati da alcuni intoppi che sollecitano una serie di perplessità.
 Il Teatro della Società di Lecco del 1844, dopo il teatro della Scala di Milano del 1776, di Mantova del 1816, di Como del 1813, è uno dei più antichi teatri della Lombardia.

L'edificio di stile neoclassico, alle spalle del monumento di Giuseppe Garibaldi, disegnato dall’architetto Giuseppe Bovara, è stato realizzato nell’arco di un anno (1843-44), per volere di Lorenzo Agliati, di alcuni notabili di Lecco e dell'alta borghesia, il loggione è stato voluto dalla Società per l'erezione di un Teatro, è stato subito aperto a tutta la cittadinanza.
Nel 1951 l'abbattimento dello stabile è evitato grazie ad un comitato di cittadini. La ristrutturazione, eseguita dall'architetto Gianni Rigoli, termina nel 1969. Nel 1979 il pittore marchigiano Orlando Sora dipinge l’affresco l'Età della vita nella volta della sala. Nel biennio 1986-87 il Comune di Lecco adegua l’apparato tecnologico e opera una manutenzione straordinaria fino al 1994-95.

L’immobile è un piccolo gioiello del neoclassicismo dell’ottocento e andrebbe trattato come un cristallo, il suo costrutto è fragile, risponde ai bisogni di un’epoca passata. E’ improponibile pensare di continuare a usare il piccolo Teatro Sociale in futuro come luogo permanente d’iniziative programmatiche di prosa, di musica e civili. 
La chiusura dello stabile evidenzia l’insipienza programmatica degli amministratori attuali e del passato prossimo. In un anno il teatro (1883-84) fu costruito, ora per sistemare un tetto, mettere in sicurezza l’affresco, fare la manutenzione sono necessari tempi biblici.  I lecchesi sono ormai abituati a questa condizione.
Bisogna pregare San Francesco Antonio Fasani, “Il santo della pioggia”; ogni 29 novembre si celebra la liturgia, chiediamo a Lui di proteggere tutti i tetti e gli stabili dell’amministrazione pubblica, scuole comprese.
E’ tutta colpa della burocrazia, della macchina infernale del pubblico impiego, dei dipendenti, allora si appalta tutto, dalla carta igienica alla manutenzione ordinaria. L’ideologia dell’appalto non sempre è funzionale, non tutto va appaltato.  
Non c’è un intervento costante e ordinario delle opere pubbliche, si interviene sempre in via straordinaria attraverso appalti, tutto questo determina tempi lunghi.
Lecco è completamente sguarnita di un auditorium contemporaneo che risponda ai bisogni di questa società ipermoderna.  C’è la necessità di investire su progetti strutturali a lungo respiro in tempi brevi, e forse va rivista l’impostazione progettuale organizzativa del settore culturale. Non si fa molto con € 242.050,00, IVA inclusa per iniziative di prosa e musica e altro per la stagione invernale e primaverile; si fa quello che si può, ma per una città che ambisce a essere altro dal borgo, è poco o nulla.
Infatti, la distribuzione della programmazione nelle tre sale presenti in città, così com’è stata impostata, come rimedio all’imponderabile chiusura del teatro, sta dando segni insoddisfacenti; la gente non va, le prenotazioni, gli abbonamenti sono calati, insomma non vanno.
Eppure potrebbe essere un’occasione per comporre un intervento articolato a rete e sinergico, ma tutto ciò va preparato, va coinvolta la gente. Non basta fare il giro dei quartierini per raccogliere le lamentele, va bene mettere l’orecchio a terra, ma se si è ipoacusici, è pura finzione scenica.
Forse, in questo settore, pensare a una società mista pubblico-privato potrebbe essere utile per allargare gli orizzonti, liberalizzare le opportunità, favorire connessioni e implementare le risorse. Ci vogliono risorse, imprenditori e operatori culturali disposti. 
Così si resta sempre dentro il gioco del fiume e del monte, si resta imprigionati e stregati da questi due oggetti naturali e dal mitico verbo manzoniano.



La sorte del Teatro richiama per similitudine la questione della multisala, delle sale cinematografiche. Sono anni che si parlotta, si fantasticano soluzioni che vanno anche oltre la città di Lecco: vedi Oggiono, adesso Valmadrera.
Non è possibile continuare a rimandare, spostare la questione. Ci si è ridotti ad andare al cinema dei preti come negli anni cinquanta. La mancanza di offerta culturale, o di una risicata offerta, porta al degrado della struttura sociale.
Basta allargare lo sguardo per verificare come in altre città vicine a Lecco siano riuscite a recuperare, anche in questo settore. A Sondrio sono state riaperte due sale, è stato aperto il teatro Pedretti, è stata rifatta la piazza della stazione e altro ancora.
Lecco è ferma.   La questione è che la città è dei cittadini, non dei partiti e dei politici di turno. Il Teatro della Società c’è dal 1884 ed è un patrimonio dei cittadini di ieri, di oggi e di domani.