20171125

Suor Laura Canali, un riconoscimento alla sua vita con i poveri. E per i poveri



di Claudio Bottagisi
A darne notizia è Cristina Bartesaghi, sindaco di Abbadia Lariana. “Con soddisfazione - afferma - vogliamo annunciare che la nostra concittadina suor Laura Canali il prossimo 8 dicembre riceverà il riconoscimento annuale in memoria di Graziella Fumagalli e di Madre Erminia Cazzaniga, unitamente a Pierangelo Ripamonti (nato a Barzago, con la moglie Teresina volontario dal 1995 in Perù) e a suor Dalmazia Colombo, originaria di Dolzago, missionaria dal ‘63 in Mozambico”.

Si tratta di un riconoscimento attribuito ogni anno dal Comitato lecchese per la pace e la cooperazione tra i popoli (che dalla sua fondazione sostiene i volontari, i cooperanti e i missionari del nostro territorio che spendono la loro vita al servizio della solidarietà) in collaborazione con il Comune di Casatenovo, il Comune di Sirtori e la Provincia di Lecco.
La segnalazione di suor Laura è stata avanzata dall’amministrazione comunale di Abbadia con l’appoggio del parroco, don Vittorio Bianchi, e quello del Gruppo missionario vicariale di Mandello.
“Le motivazioni che ci hanno indotto a presentare la candidatura di suor Laura - spiega il primo cittadino - sono ben espresse nella lettera inviata al Comitato. Suor Laura ha prestato il suo servizio missionario dal 1983 dapprima in Sierra Leone e ora negli Stati Uniti, Paese che nel nostro immaginario è l’emblema della ricchezza e dell’agiatezza ma che in realtà presenta molteplici sacche di povertà”.

“Ringraziamo la giuria e il Comitato per la pace - aggiunge Cristina Bartesaghi - e in particolare i Comuni di Casatenovo e Sirtori che sostengono finanziariamente il premio”.
Laura Canali è nata ad Abbadia il 24 gennaio 1943. Inizia il cammino vocazionale nella Congregazione “Missionarie di Maria - Saveriane” di Parma il 14 gennaio 1968 e il 30 ottobre del ‘77 emette la professione perpetua nella parrocchia dei Santi martiri Anauniensi a Milano.
Parte una prima volta per gli Usa ( Worcester - Massachusetts)  il 31 maggio 1981, dove studia l’inglese per prepararsi alla missione in Sierra Leone, in Africa. Ritorna in Italia il 28 febbraio 1983 e il 13 luglio dello stesso anno con altre tre sorelle parte per la Sierra Leone, dove nel villaggio di  Kambia dà inizio aduna nuova presenza missionaria e dove rimane poco più di due anni.
Kambia è un villaggio poverissimo lontano dalla capitale e ai confini con la Guinea con un’alta mortalità infantile, con ancora numerosi poliomielitici e una bassa percentuale di istruzione scolastica.
Dopo un periodo di servizio nella Casa di Parma, parte nuovamente per gli Usa l’8 aprile 2010, destinazione la città di Worcester, dove si trova tuttora.
Nella piccola comunità operano sei sorelle: tre italiane e tre messicane, impegnate nell’educazione religiosa delle ragazze e dei ragazzi americani e latino-americani della comunità cristiana, e nel volontariato con i più poveri.
“Nelle occasioni di incontro, quando torna in Italia per rimanervi poche settimane - sottolinea sempre Cristina Bartesaghi - suor Laura narra la parola del Vangelo con entusiasmo, unendola strettamente alle sue esperienze di vita e ai suoi incontri. E le lettere che invia periodicamente in Italia sono ricche di queste testimonianze”.
In una sua lettera suor Laura Canali aveva avuto modo di parlare della sua missione in Sierra Leone. Una bella e lucida testimonianza da cui traspaiono la sua persona, il suo modo di pensare e di agire. Ecco il testo:
“Il primo incontro è stato con i ragazzi del Centro Polio che erano ad attenderci con padre  Olivani. Abbiamo poi ricevuto il saluto della comunità cristiana e insieme abbiamo pregato. Alcuni giorni dopo c’è stato l’incontro con la popolazione del “Court Barray”, luogo degli incontri pubblici: c’erano donne e uomini, per la maggior parte mussulmani. Padre Franco, presentandoci, ha spiegato il motivo della nostra presenza: “Sono qui non solo per un lavoro umano, ma per rendere testimonianza a Gesù Cristo che è venuto per salvare tutti gli uomini. Sono venute a portare in mezzo a noi la Parola di Dio”.
C’è stata poi la seconda faccia della medaglia, la realtà quotidiana: il lavoro al Centro, la sistemazione della casa, la conoscenza dell'ambiente. L’andare a piedi al mercato e alla messa (la chiesa dista più di un miglio) mi mette a contatto con la gente. E’ un mondo diverso da quello da cui provengo. Mi ci vogliono occhi attenti per coglierlo e soprattutto un cuore nuovo, che sappia amare e contemplare, vedere i segni della presenza di Dio all’opera.
Ci vuole molto tempo per percorrere quel miglio perché tutti ti salutano, ti stringono la mano. I bambini chiamano sister e ti si stringono attorno. Fuori dalle case le donne accendono il fuoco, battono la “cassava”, preparano il riso per l’unico pasto giornaliero, che è al pomeriggio.
Sulla strada sfilano donne e ragazzi con in testa fasci di legna, secchi d’acqua, grandi catini contenenti i prodotti della terra da vendere al mercato. Camminano diritti e svelti sotto quei pesi che io non sarei neppure capace di sollevare. Tutti sembrano felici e senza pensieri. Sembra una vita molto calma, la loro: preparare il riso, ritirarsi la sera per mangiare insieme attorno all’unico piatto e poi aspettare, seduti sulla porta di casa, chiacchierando, l’ora di andare a dormire.
Ma a uno sguardo più profondo la realtà è diversa. Dietro l’apparente calma c’è tutta la fatica della lotta per la sopravvivenza. Quel piatto di riso giornaliero costa mesi di duro lavoro. Per avere l’acqua e la legna si devono fare a piedi tanti chilometri ogni giorno. L’insicurezza della vita è molto forte: denutrizione, malattie, alta mortalità infantile. Le medicine mancano o sono accessibili solo a chi può pagarle.
La scuola è frequentata soltanto dal 10% dei ragazzi. Gli altri, già a sei-sette anni, devono aiutare in famiglia: curano i fratellini più piccoli o vanno al mercato a vendere. Lo stipendio mensile della maggioranza è di settanta leoni, sufficienti per comprare solo un sacco di riso.
Dedico alcuni pomeriggi alla visita delle famiglie. La presenza di tre o quattro lingue diverse rende difficile o impossibile la comunicazione, ma loro capiscono il desiderio di una presenza fraterna. A volte mi presentano la loro famiglia, sempre numerosa. Un sorriso, un saluto nella lingua locale, poi si resta in silenzio. Le abitazioni sono poverissime: pochi arredi, una stuoia per dormire.

Penso ai nostri Paesi occidentali, dove tanti beni sono goduti come un diritto dovuto e qui mancano. C’è soltanto la fede, la fiducia nell’aiuto di Dio, che spesso ha ancora un volto sconosciuto. Anche per noi la vita assume un significato diverso: il pane quotidiano è il dono della Provvidenza per quest’oggi. Alla sera, quando sentiamo la stanchezza, capiamo che la salute è un dono dell’amore gratuito di Dio. Quando ci raduniamo intorno alla mensa per spezzare il pane dell’Eucarestia, comprendiamo che è la sua salvezza che ancora oggi ci viene incontro. E allora viene spontanea la preghiera: “Padre nostro, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, dacci il pane quotidiano…”. Senti che nel cuore c’è la tua gente, ci sono tutti gli uomini che attendono la salvezza e la pienezza di vita. Per loro, e con loro, innalzi la preghiera a Dio, che di tutti è Padre”.