20160920

UNA MAPPA COMPLETA DEI TESORI DELLA PROVINCIA DI LECCO - Ricominciamo da Manzoni -

Il cortile centrale della Villa Manzoni al Caleotto di Lecco, sede dei Musei Civici 

di Claudio Redaelli 
È sempre con lui, Alessandro Manzoni, che bisogna fare i conti. «Un paese che chiamerei uno dei più belli del mondo», aveva scritto nella prima stesura del suo romanzo. Parlava di Lecco, il «gran borgo» legato alle memorie dei suoi anni giovanili, che aveva scelto come teatro per i protagonisti della sua «storia così bella». Tanta appassionata professione ammirativa scomparve dal testo definitivo: ma alla sua patria poetica il Manzoni ha dedicato un omaggio d’amore quale nessuna terra forse mai ha avuto.


Lo si scopre, alle prime pagine, nella tenerezza delle pennellate con le quali lo scrittore compone il quadro dell’ambiente, sullo sfondo di «quel ramo del lago» e del Resegone. Prorompe soprattutto nel sublime canto dell’«Addio, monti», in cui l’autore presta a Lucia dei sentimenti che erano i suoi, per il «tristo passo» dell’allontanamento da quelle «cime ineguali» fra le quali era cresciuto e alle quali, volontariamente, non sarebbe più tornato. Sul «magnifico delle vedute» che si dispiegano in «prospetti ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi» indugia con affetto il romanziere, descrivendo la «sua» terra di Lecco.
Per la quale continua a rappresentare non solo un formidabile volàno promozionale, ma anche un fatto concreto, rilevante. Basta un dato: i Musei Civici di Lecco, che hanno uno dei loro due poli proprio a Villa Manzoni, si confermano nel 2008 tra i più visitati della Lombardia, raggiungendo i 56.527 visitatori in una città di appena 48.000 abitanti. «In netta controtendenza i dati lecchesi con quelli nazionali - ha spiegato, presentandoli, l’allora direttore dei Musei Civici, Gianluigi Daccò - infatti si registra un aumento del 2,14% contro una diminuzione, in tutta Italia, del 5,7%».
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Parlare di turismo a Lecco è allora prima di tutto un invito a ricercare i luoghi manzoniani, in quella terra lecchese che il grande lombardo amò con trasporto tenero e profondo, fino a presceglierla per ambientarvi il suo romanzo, così facendola partecipe della sua fama imperitura. Sono i luoghi legati a momenti della vita del Manzoni: il Caleotto di Lecco, la Cascina Costa di Galbiate, il collegio di Merate; i luoghi che stanno attorno a «quel ramo del lago di Como» mirabilmente descritti, diremmo pitturati, nelle pagine dei Promessi Sposi; e quelli ancora, a corona del «gran borgo», nei quali l’autore fa muovere i personaggi della sua storia. I primi e i secondi sono reali, tangibili; gli altri, spesso, sono ricreati dalla fantasia. Il Manzoni cita alcuni toponimi lecchese: Pescarenico, Maggianico, Chiuso, i Canterelli, Castello, Pescate, Pasturo, i villaggi devastati dai Lanzichenecchi da Colico a Lecco attraverso la Valsassina. Lascia invece nella penna (naturalmente dell’autore del «dilavato e graffiato autografo») i nomi di luogo del paesello di Renzo e Lucia, del palazzotto di don Rodrigo, del castello dell’Innominato, dalla parrocchia del sarto.
Si sono impegnati in tanti, analizzando la narrazione manzoniana e misurando le distanze, per costruire una topografia dei Promessi Sposi; esemplare lo studio appassionato del lecchese Andrea Spreafico. Ma il Manzoni, raccontando la conversione dell’Innominato, si chiede in tono canzonatorio: «E chi sa se, nella valle stessa, chi avesse voglia di cercarla, e l’abilità di trovarla, sarà rimasta qualche stracca e confusa tradizione del fatto?». Quando poi accenna alla sepoltura dell’Azzeccagarbugli, lo scrittore afferma che «le tradizioni, chi non le aiuta, da sé dicon sempre troppo poco». Alle figurazioni poetiche del romanzo la tradizione lecchese ha dato riscontri materiali; con un po’ di aiuto, magari, affinché non avessero a dire troppo poco. E anche questa è poesia. Eccoli, dunque, i luoghi manzoniani, veri o idealizzati: sono patrimonio della gente lecchese che ha il dovere di preservarli da ogni ulteriore manomissione perché sono anche patrimonio di quanti, ovunque, amano il Manzoni.
Se si pensa al dato prima citato - i 56.527 visitatori del 2008 - si capisce subito che questo patrimonio è un fatto economico interessante, con due grandi aggregazioni di consumatori: i turisti stabili ed i turisti di movimento. Si tratta - lo dicono gli studi crescenti per numero negli ultimi anni anche per le possibilità di individuare nei segmenti della cultura e del turismo nuove strade da percorrere per l’imprenditoria locale - da una parte del turista anziano, tradizionale, oscillante dalla fascia media a quella medio-superiore, che chiede soprattutto i plus consolidati (clima, quiete, bellezze visive, cucina…) del lago. Dall’altra si tratta di un insieme di pubblici, soprattutto di area giovanile, di target medio basso, che potrebbero sfruttare i diversi mix offerti dalla città e dal territorio, usufruendo di una proposta attiva soprattutto sul versante sportivo e culturale.
L’identità dei due target è diversa: il primo rappresenta un target attuale, il secondo un target potenziale. Guardiamo qualche dettaglio dei dati 2008 prima citati. A Lecco nel 2008 sono molto aumentati i visitatori singoli (più 4.207 unità) che passano dal 44,3% del totale al 52,7%. Un leggero incremento è anche quello dei gruppi, soprattutto della terza età, che passano dall’11,6% al 12,1. In diminuzione, invece, la didattica e le visite scolastiche che scendono di 3.433 unità, passando dal 42,1% del 2007 al 35,2% del 2008. E diversi sono i problemi che si pongono a livello strategico. Nel primo caso il problema fondamentale è quello di favorire un’azione di consolidamento; nel secondo, il più ricco in termini di possibilità e prospettive, è il raggiungimento ed il consolidamento dei piccoli segmenti molto differenziati dei consumatori. Il riferimento è quello al mercato giovanile e medio giovanile, a livello italiano ed europeo, che possa sfruttare pacchetti polivalenti, giocati soprattutto sul mix di natura, attività sportive (dallo sci alla vela, dalla nautica alla roccia, dal trekking al golf), cultura. E qui si profilano grandi opportunità. Soprattutto adesso che si possono considerare superati i cronici problemi delle infrastrutture di collegamento viario e ferroviario, anche se resta ancora da superare il principale ostacolo agli sport lacuali quale è l’assenza in una  città come Lecco di un porto turistico.
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La forza innovativa dell’immagine di Lecco, il suo lago e le sue montagne, potrebbero essere rappresentate, in sintesi, da questa duplice offerta potenziale: da una parte un fruitore adulto, di riposo e di contemplazione; dall’altra un fruitore giovanile, attivo, di movimento. Un territorio così variegato che va dalla montagna al lago consente, nel giro di pochi minuti, di passare dal surf e dalla barca a vela a gite escursionistiche nella geologia, nell’arte, alle pareti di freeclimbing e di alpinismo. Il parco sovracomunale di San Tomaso sopra Valmadrera, l’oasi naturalistica del Sasso Malascarpa, le miniere della Val Grande e della Val Calolden nell’area dei Piani Resinelli con tanto di parco minerario, valore aggiunto di un’area con forte vocazione per il trekking e l’alpinismo, il Museo del Romanico a Civate - dove esistono i complessi monumentali di San Pietro al Monte e di San Calocero - assieme al Museo etnografico dell’Alta Brianza a Camporeso di Galbiate, a quello della civiltà contadina di San Tomaso, ai poli museali della seta di Abbadia e di Garlate, il Museo delle Grigne ai Piani Resinelli, oltre ai già citati Musei Civici di Lecco, testimoniano come questo territorio, oggetto di antiche occupazioni già al tempo dei romani, sia riuscito ad esprimere una sua, ancora sostanzialmente intatta, identità storica e culturale.
Tra lago e monti si fanno nuovamente i conti con il Manzoni. Dal punto in cui «il lago cessa e l’Adda ricomincia» la sponda lecchese risale, in un susseguirsi di seni e golfi, fin dove il fiume entra nel Lario. L’Adda ne segna gli estremi, fra Lecco e Colico. Scrittori d’ogni epoca hanno affidato alla parola l’elogio del Lario e la descrizione dei più suggestivi itinerari lariani. Che si arricchiscono, culturalmente, di altre figure, foriere di infinite possibilità. I laghi briantei con l’abate Parini e il «suo» Bosisio; l’Adda con Cesare e Ignazio Cantù e il «loro» Brivio; le colline di Brianza con Stendhal. È un tuffo in una natura che a tratti può apparire aspra, ma è insieme dolce, svela qualcosa del Domenichino e di Leonardo da Vinci. Un piccolo mondo che vive, lavora, protagonista di uno spettacolo senza confronti.
Ma se le prime parole di Alessandro Manzoni, nel presentare l’ambiente naturale lecchese, sono per il lago - «Quel ramo…» con il quale si apre il racconto delle vicende di Renzo e Lucia - subito dopo il discorso corre alla seconda componente che caratterizza il paesaggio del territorio: i monti. Di famiglia valsassinese e quindi montanara, lo scrittore ha per le montagne di casa quell’amore che è comune a tutte le genti lecchesi. Più che le bellezze del lago sente «il domestico di quelle falde» che «tempera gradevolmente il selvaggio». La forza e il significato di questi riferimenti sono mirabilmente espressi nella pagina dell’«Addio, monti»: è il Manzoni stesso che si rivolge alle «cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari». Sono le cime e le rocce care al romanziere, all’abate Antonio Stoppani, al geologo Mario Cermenati; ma che già aveva ammirate e descritte e disegnate Leonardo da Vinci: «cose fantastiche» diceva di aver trovato girando per la Valsassina. Sono le montagne sulle quali si sono alimentare le tradizioni e le glorie alpinistiche dei lecchesi. La Grigna quale palestra di roccia è tornata a diventare un forte richiamo di carattere internazionale, che ha trovato ulteriore richiamo nei cento anni del lecchese che è entrato da protagonista nella storia dell’alpinismo mondiale, Riccardo Cassin.