20161125

Fotoalchimie di Luigi Corbetta fino al 3 dicembre presso lo Spazio Pozzoni di via Maurizio Monti 41 Como


di Roberto Borghi 

Ha ancora senso, nell'approccio critico a un'opera d'arte, distinguere tra poetica e tecnica di realizzazione? Ecco l'interrogativo che mi sono posto osservando le più recenti opere di Luigi Corbetta. Un interrogativo quasi retorico, poichè la risposta non può che essere: non in questo caso. Mi sembra evidente infatti che nelle fotoalchimie, ma anche in altre tipologie di foto proposte da Luigi negli ultimi anni, la sperimentazione tecnica e l'elaborazione poetica sono inscindibili. Per dirla più chiaramente, la poetica è la tecnica, la peculiare visione della realtà di Luigi non è affatto distinguibile dal lavoro sulla realtà stessa, o meglio sulla sua trasposizione in immagine. C'è in questo atteggiamento, un forte elemento inventivo, nel senso etimologico del termine: è come se l'artista andasse costantemente in cerca di formule espressive non collaudate, non brevettate, e presentasse periodicamente ciò che ha trovato (il latino invenio significa proprio trovare). Ma c'è anche un approccio artigianale alla fotografia che nell'era digitale si sta smarrendo e che conferisce a queste etimologiche invenzioni un che di solido, di fondato, di tutt'altro che estemporaneo, rendendole perciò preziose. Ogni buona invenzione si inserisce in qualche modo in una tradizione: nel caso di Luigi si tratta del canone principale della fotografia, quello che insomma prescrive il carpe diem, l'attimo da catturare, il tempo che deve rapprendersi nell'immagine. Ma si tratta appunto di una tradizione reinventata grazie all'inquietudine tecnica, di un canone in fondo sovvertito dall'intrusione di pennelli e spugne, e forse anche dalla tensione all'unicità dell'opera (o forse meglio dal disinteresse per la riproducibilità dell'immagine).