20170423

VALENTINO INVERNIZZI: PARTIGIANO E VICESINDACO DI LECCO

Valentino Invernizzi  1945

Enrico Magni (scrittore,psicoterapeuta)
Valentino Invernizzi, nato a Lecco il 17 settembre 1917, morto l'8 maggio 2006. E' stato soldato nella seconda Guerra Mondiale, partigiano, Comandante della Polizia partigiana di Como, Vicesindaco a Lecco dal 1946 al 1948, Consigliere Comunale a Lecco per 25 anni, per 8 anni Consigliere Provinciale a Como e Consigliere dell'Ospedale di Circolo di Lecco. E' stato militante del PCI e del PDS, Segretario Nazionale Dipendenti Elettrici della CGIL dal '49 al '73,  dipendente dell'Orobia (attuale Enel) a Lecco.


Il 25 aprile è sempre un momento di riflessione sulla liberazione dal nazifascismo, riemergono ricordi, sogni, tristi momenti.
Il 25 aprile mi riporta sempre il volto della mamma: « Perché piangi...? silenzio ». Erano le lacrime pesanti per il fratello morto e sepolto a Mauthausen. 
Il 25 aprile mi ricorda Valentino Invernizzi. Lo incontravo di domenica con il suo cane a Campo de Boi nei pressi del collegio, quando lo spazio di ristoro era ancora aperto e si fermava  per il pranzo. Era l'occasione per parlare, per scambiarci delle impressioni. Era sempre ritirato su di sé, preso dai suoi pensieri. Superata la scorza difensiva, esprimeva sempre con prudenza le sue considerazioni, era il suo modo per esprimere vicinanza e uscire dal suo ritiro.
Avevo sempre l'impressione che Valentino portasse dentro di sé una storia di partigiano nascosta, fatta di segreti, di cose mai dette ma vissute, quel volto sorridente e quello sguardo avvolto da nebbie lontane mi depositavano della malinconia.
Mi era capitato di incontrarlo, quando ero segretario del PDS di Lecco, anche in viale Dante. Come tutti i vecchi compagni, a parte Virgilio Vanalli che era più socievole per natura, era silenzioso e di poche parole.
 

                Valentino...Sono nato e cresciuto qui, in questa casa, a Germanedo. La mia casa non è mai stata una casa di fascisti. Durante il ventennio fascista sono vissuto a Lecco.
Per dire la stupidita del fascio: nel '37 quando frequentavo la terza dell'istituto inferiore, venne imposta agli studenti l'iscrizione all'opera Balilla.
A settembre mia madre mi disse: «Vai a vedere quanto si paga quest'anno di tassa scolastica». Si pagava una tassa scolastica, metà all'inizio dell'anno, l'altra a metà gennaio. Mi sono recato all'istituto in via Ghislanzoni e chiesi alla segretaria quanto bisognasse pagare.
Mi ha risposto: «8-9 lire, più altre 5 lire per la tessera dei Balilla».
A casa ho riferito le cifre ai miei genitori.
Mio papà ha replicato: «5 lire per i Balilla del fascio? Se è cosi, tu non andrai più a scuola. Se ne avrai voglia, studierai la sera».
La mattina dopo mi ha dato le 8-9 lire, dicendomi: « Le 5 lire per la tessera Balilla non si pagano. Se proprio le vogliono, starai a casa ».
Sono andato in segreteria e ho riferito: « Mio papa ha detto che piuttosto di dare le 5 lire al fascio mi tiene a casa da scuola ».
La segretaria si mise a urlare. In quel momento passò il preside, era un uomo di cui tutti avevano terrore. Subito chiese: «Che succede?», la segretaria gli spiegò il problema. ll preside allora mi ha invitato a seguirlo. Io mi sarei sprofondato. Ha aperto la porta del suo studio e mi ha detto: « Accomodati  » facendo un grande sorriso. Era la prima volta che lo vedevo sorridere.
E, entrando dopo di me, mi ha detto: « Senti, non conosco tuo padre, ma è senza dubbio un gran galantuomo. Siediti. Dimmi che cosa è successo ».
Non volevo parlare perché avevo capito che si trattava di cose grosse, ma lui mi ha rassicurato: « Dimmi come stanno le cose. Io sono un grande amico di tuo padre anche se non lo conosco ».
Gli raccontai come si era svolta la vicenda, lui mi diede il seguente suggerimento: « Senti, il tuo problema si può risolvere. Tuo papà o tua mamma sono in grado di farti fare dal medico un certificato di esenzione dalla ginnastica? ».  
Non so, posso provare. « Va bene, prova. Se non ce la fai torna da me, cercherò di aiutarti. Bisogna però fare la domanda di esenzione dall'educazione fisica, per cui devono pagare 15 lire ».
Sono tornato a casa. Mia mamma, era una donna che aveva "cento idee", ha chiamato il dottore, un fascista che indossava sempre la sahariana, gli ha detto: « Senta dottore, Valentino dovrebbe fare la ginnastica, ma noi abbiamo la terra da coltivare. Può fare la ginnastica in campagna. Perché non gli fa il certificato di esenzione dalla ginnastica? »
Il dottore ha risposto: « Sì. Ha ragione. È più importante lavorare la terra che andare a fare ginnastica ».
Il medico mi diagnosticò un'appendicite cronica. Sul mio diploma di ragioniere c'è scritto: dispensato dall'educazione fisica. Così mi ha salvato dall'acquisto della divisa. Non sono mai stato iscritto all'Opera Balilla, agli avanguardisti...Questo era l'unico modo per non iscriversi, perché il fascismo voleva solo gente in gamba, prestante e non gente malandata di salute. Questo era il fascismo. La stupidità del fascismo.
A Germanedo non c'è mai stata alcuna forma di opposizione clandestina durante il regime  e nemmeno in tutta Lecco. Ma non c'è stata neppure una vera e propria persecuzione dei fascisti da parte degli antifascisti.
Lecco è sempre stata una città fortemente industrializzata, dove la gente pensava al proprio interesse. C'era una forma di menefreghismo. Ai lecchesi non importava il partito.


Mi sono diplomato nel `38, quando non avevo ancora compiuto i 19 anni.
Dopo il diploma si poteva fare domanda per anticipare il servizio militare frequentando il corso per allievi ufficiali.
Ho fatto la domanda per fare il corso per allievi ufficiali con questo spirito: « Faccio il corso per allievi ufficiali e contemporaneamente, mi iscrivo all'università, alla facoltà di economia e commercio. Se mi va bene guadagno un anno, se non mi va bene, non perdo niente. Intanto mi tolgo di mezzo il servizio militare ».
Così ho fatto la domanda per frequentare il corso. Mi hanno mandato a Pola, al corso di Ufficiali Bersaglieri. Mi ricordo, era il primo settembre. Giunti aTrieste ho comprato i giornali, lessi che i tedeschi avevano invaso la Polonia. Sarei voluto tornare a casa.
La caserma di Pola mi ha fatto un'impressione paurosa. Avevo  portato i bagagli di sopra, poi ero sceso, ma mi dimenticai di prendere il fazzoletto. Ho fatto per risalire, ma a piedi non si poteva più, bisognava farlo con la fune.
Quando andai a mangiare, siccome ero arrivato tardi, mi servirono per ultimo, mi dissero: « Basta, il pranzo è finito... ma io non ho mangiato!...sei l'ultimo. L'ultimo non mangia mai... Pezzi di cretini!».
Iniziai a studiare il da farsi per tornare a casa. Mi sono detto: « Trova una soluzione perché qui comincia la guerra ». 
Il 1°gennaio del '40 mi mandarono ad Ancona, sempre in base alla mia domanda di ammissione al corso per allievi ufficiali. Avevo fatto di tutto per non essere idoneo a fare il bersagliere, cercai di farmi esonerarare ma mi infilarono in Fanteria. In Fanteria c'era di tutto, anche militari con gli occhiali.
In occasione della visita medica tentai di ingannare il medico. Poco prima del mio turno, mancavano un paio di ragazzi, feci le scale di corsa un po' di volte, eravamo al terzo o quarto piano, per farmi venire il fiatone.
Il tenente però, non si lasciò ingannare e mi chiese: « Quante volte hai fatto le scale?».
Mi caddero le braccia! Avevo tentato: la prima volta era andata bene, la seconda no.
Così, prima ho fatto la guerra, poi ho fatto il partigiano fino al `45. Avevo 26 anni. Non ho vissuto la mia giovinezza. Ho partecipato alla seconda Guerra Mondiale.

Fu nel 1942 in Francia con l'esercito che mi iscrissi al Partito Comunista Francese. I francesi, dopo il 25 luglio, chiesero   con insistenza l'aiuto dei soldati italiani che si trovavano in Francia per scacciare i tedeschi, ma l'esercito italiano eluse la richiesta dei francesi e ci rimpatriarono.
Quando da Reggio Emilia col treno fummo  vicini alla Lombardia, un bigliettaio ci disse:
« Badate che la prossima stazione è occupata dai tedeschi. Prima della stazione ci sarà un rallentamento. Fate quello che volete ».
Aveva detto tutto. Eravamo tesi. Eravamo più o meno tutti nella stessa situazione, quando il treno rallentò ci buttammo giù sulla scarpata. Iniziò il lungo viaggio verso casa a piedi, attraversando i prati, paesi della pianura padana.
La gente ci aiutava, ci dava da mangiare e ci ospitava. Abbiamo attraversato il Po, che era controllato dai tedeschi, grazie ad un vecchio barcaiolo che ebbe un coraggio da leone. Ci procurò due bici. Sui muri dei paesi e delle città erano stati affissi dei manifesti in cui si imponeva ai militare di consegnarsi entro mezzogiorno del giorno seguente.
Il vecchio ci disse: « Se ci fermano, dico che voi siete i miei due figli e state andando a casa a salutare vostra madre prima di consegnarvi » .
Mentre passavamo sul ponte, i tedeschi ci guardavano incerti, le loro facce erano indefinibili. Ma tutto andò bene. Attraversato il Po, abbandonammo le biciclette. Ringraziammo il coraggioso barcaiolo, lo salutai con calore e riconoscenza e, a piedi, corsi a Lecco. Nei giorni seguenti andai in Erna dove  rimasi fino al rastrellamento.
A capo del PCI c'era allora un certo "Redi". Non ho mai conosciuto il suo vero nome. L'ho sempre chiamato così. Era un vecchio comunista, un uomo di 55-60. Mi considerava il suo braccio destro. Non ho mai saputo dove abitasse. Nessuno doveva sapere degli altri. Questa era la regola. Ogni tanto compariva, portava manifestini e altri clandestini.
In seguito presi contatto con Ulisse Guzzi, Capo di Stato Maggiore del raggruppamento garibaldino del lecchese: insieme abbiamo organizzato la lotta fino alla liberazione.

Dopo la Liberazione non c'erano i carabinieri, la polizia, eravamo noi a mantenere un certo ordine.
Ho fatto parte della Polizia Antifascista. A Como mi hanno mandato a dirigere la polizia partigiana, sono stato comandante della polizia partigiana di Como,  che prese la denominazione di Agenti Ausiliari. In novembre sono diventato Comandante di tutta la provincia in sostituzione di Vinci di Morbegno.
I fatti si accavallavano, si lavorava senza tregua giorno e notte, anche la domenica. A quell'epoca, nella provincia di Como, avevamo ancora partigiani armati.
A Merate disarmammo esponenti del movimento monarchico, si erano costituiti in vere e proprie bande. Como era una provincia molto difficile: il 2 giugno del '46 c'erano ancora mille partigiani armati.

Nel mese di novembre o di dicembre del '44, si stava costituendo un comando di carabinieri in una località della Brianza. Vinci, con un camion di partigiani,  andò a disarmarli,  perché diceva: « Ora ci siamo noi e basta! Non vogliamo più i carabinieri ».
È successo un pandemonio. Vinci è stato processato ed è stato condannato.
A causa di un incidente col comando alleato,Vinci era stato imprigionato. Uscito dal carcere  riuscì, tramite la madre, ad avere un passaporto, emigrò in Venezuela. Ha avuto problemi gravi e dovette andarsene.
Dopo il 25 aprile mi hanno mandato a Como perché lì il movimento partigiano era assai debole, il grosso del movimento partigiano era a Milano. A Lecco c'era il raggruppamento Garibaldi, con il generale Morandi...
Poi ho detto: « Basta, adesso vado a casa! ».

Tornato a casa ho cominciato un'altra vita: sono diventato vicesindaco. Dal '46 fino al '70, sono stato consigliere comunale. Sono stato per 8 anni consigliere provinciale e per diverse anni, non mi ricordo quanti, nel consiglio dell'ospedale. Sono stato dirigente sindacale. Lavoravo notte e giorno. Ma il punto era che da tutte queste attività non ho mai guadagnato una lira ; allora non c'erano i "gettoni" come li chiamano adesso. Si faceva tutto per un ideale, per fede. Io non ho mai guadagnato niente. Non essendoci guadagni, non c'era neppure la corsa alle cariche.

Ho ripreso anche a lavorare all'Orobia.
Ero stato assunto per la prima volta nel '38, era una società del gruppo Edison che gestiva il servizio nella nostra zona. Sono ritornato nell'aprile del '44 con la funzione di liquidatore dei danni. Questo lavoro mi permetteva di non essere fisso in fabbrica. Potevo andare dove volevo. Non avevo l'obbligo di stare in ufficio. Era l'ideale.
I dirigenti dell'Orobia volevano avere amici tra i partigiani.  Ho risposto negativamente finché in aprile Redi mi disse: « Porca miseria, devi andare andare all'Orobia!». Questo perché i dipendenti del settore elettrico, svolgendo un servizio pubblico, avevano il cosiddetto "bilingue “, una tessera scritta in italiano e in tedesco, grazie alla quale potevano girare liberamente sia di giorno che di notte. Era un grosso vantaggio poter andare in giro anche di notte, dato che  normalmente non si poteva.
Nell'agosto del '46 sono ritornato all'Orobia con funzioni dirigenziali. Il consigliere delegato dell'Orobia, l'ingegner Ferrari, consigliere comunale liberale a Milano, pezzo grosso della Edison, aveva una simpatia speciale per me. Voleva convincermi della giustezza delle sue idee.
Lui abitava a Milano, tutte le volte che veniva a Lecco, ogni 10-15 giorni, diceva al fattorino:
« Quando ha finito, mi mandi Invemizzi ». Facevamo lunghe discussioni.
Dopo il I8 aprile del '48 mi prese in giro parecchio.
Un giorno, durante l'estate dello stesso anno, mi chiamò e mi disse: « Ho una sorpresa per lei… Qual è? ».  
« Ho questa lettera da darle...E che c'è in quella lettera, il licenziamento? ». 
« Il licenziamento? Scherziamo! Con questa lettera lei diventerà il più giovane dirigente del gruppo Edison ».
Era la nomina a dirigente dell'Orobia. Dopo aver letto la lettera chiesi: « Senta un po', ingegnere, la nomina a dirigente nasconde qualche cosa, qualche condizione? »
L'ingegner Ferrari: « Invernizzi, lei come dirigente dovrà trattare con tutti: coi comunisti, coi fascisti, coi democristiani... Lei tenga pure le sue idee, però non potrà manifestarle per non creare difficoltà nei rapporti ».  Allora ho preso la lettera e zac, l'ho stracciata.
L'ingegnere prese il mio rifiuto come un'offesa personale, mi disse: « Questa me la pagherà. Il giorno in cui troverò il modo, di licenziarla sarò molto lieto di farlo, anche se per strada sarò il primo a levar mi il cappello  ».
Mi licenziarono nel '49. 

Dopo il licenziamento sono rimasto al sindacato fino al '73. Sono tornato a Lecco dopo la nazionalizzazione dell'energia elettrica. Sono stato iscritto al sindacato dal '49 al '73. Sono stato vicesegretario degli elettrici.
Sono andato via dal sindacato in occasione del congresso del dicembre del '73, avevo voglia di cambiare. Avevo già 54 anni. Volevo fare cose nuove.





N.B la storia è stata tratta dal libro: Una Lunga storia di Libertà dalla Resistenza all'impegno sindacale, Camera del Lavoro di Lecco, edizioni Logos 1996.