20170510

“Notturno Casinò”, in dodici scatti del fotografo Carlo Pozzoni il volto inedito della casa da gioco progettata da Mario Botta

INAUGURAZIONE
9 MAGGIO 2017, ore 19.00
primo piano del Casinò Campione D'Italia
piazzale Maestri Campionesi - Campione d’Italia

  
interverranno
Maria Paola Mangili in PiccalugaSindaco di Campione d’Italia
Massimo FerracinPresidente Casinò di Campione d’Italia
Carlo PozzoniFotografo e autore della mostra

C’è una strana quiete che attraversa l’aria ed è come se una leggera brezza lasciasse il segno del suo passaggio. Succede così quando arriva la notte, quella profonda che ha già assorbito i rumori e allontanato le ultime figure umane per adagiarsi, finalmente, nel suo silenzio. E' il momento giusto per andare a scoprire quegli aspetti della realtà che lo sguardo diurno relega per abitudine a sfondo e che ora, invece, si mostrano con sfrontata disinvoltura. La fotografia è il suo sguardo e Carlo Pozzoni si aggira puntando l’obiettivo dal basso in alto di fronte a un edificio che ben conosce ma che ora gli rivela mille aspetti imprevisti e imprevedibili. Per un fotografo tutto questo è un bene perché, come scriveva Richard Chandler, “più si ragiona e meno si crea” e di fronte a un’architettura come questa un eccesso di razionalità indurrebbe a realizzare una pacifica riproduzione ben fatta mentre qui c’è ben altro materiale che la fantasia suggerisce. Un punto di osservazione così ardito esalta la prospettiva e lancia lo sguardo all’inseguimento dei tagli geometrici, delle improvvise apparizioni del colore, dei tanti triangoli, quadrati, rettangoli diversamente posizionati come in un gigantesco gioco ad incastro. Lo sfondo nero esalta la linearità delle pareti che si affacciano l’una verso l’altra anche se l’apparente parallelismo viene negato dal fatto che alla prima dotata di finestre corrisponda la parete liscia della seconda. Ora sembra proprio di essere di fronte a una fortezza: una facciata si erge imponente, un ponte coperto sospeso altissimo nel vuoto collega due corpi di fabbrica, un intersecarsi di piani che si intersecano confonde lo sguardo all’inseguimento delle luci che creano effetti dorati su quelli che sembrano, ma non sono, gradini di una gigantesca scala. Alcune finestre sono buie, altre illuminate e tutte inducono alla curiosità di sapere che cosa si nasconde all’interno perché se fuori la notte celebra il suo silenzio all’interno tutto sarà, c’è da esserne certi, ben diverso. Il fotografo si muove tutto attorno, crea nuove inquadrature, va alla ricerca di composizioni originali poi si fa sorprendere dalla parete sottile che emerge dal buio per proiettarsi verso il cielo, dal solido prisma incastrato audacemente su una parete che una luce azzurra illumina come fosse un’astronave. Troppo forte la tentazione di accostare questa visione all’immaginario generato dalla fantascienza: quest’ultima, infatti, al di là dei dichiarati intenti, non crea mai un mondo nuovo ma coglie gli aspetti più interessanti del passato, li leviga, li ripulisce, li rende più asettici e metallici, li fa brillare di una nuova lucentezza per poterli proiettare nel futuro. 
Per questa ragione vi ritroviamo dentro il fascino e l’attrattiva delle paure ancestrali che ci accompagnano. E che importa se quella è la parete a picco di un canyon in cui avventurarsi pur fiutando il pericolo, l’involucro di un veicolo spaziale, o questa facciata su cui improvvisamente appare in un angolo là in alto la sagoma di un lampione che ci riporta alla realtà. Carlo Pozzoni sa bene di essere di fronte all’edificio del Casino di Campione d’Italia progettato nel 2007 da Mario Botta ma le sue fotografie hanno scelto la strada dell’immaginazione e non vogliono lasciarla perché sanno che così potranno continuare a guidarci nel piacere del mistero. Ora siamo di fronte a una griglia che ci nasconde parzialmente la vista: è come se, per paura o per curiosità, ci fossimo acquattati in un anfratto da cui tentiamo di scorgere l’interno. Che cosa sono quelle lucette lampeggianti, quei quadri pieni di numeri, quelle figure che scorrono rapide su schermi tecnologici, quei pavimenti su cui i passi sono attutiti, quel ronzio di fondo, quel parlare sempre sottovoce? C’è poi tanta differenza fra una sala giochi e un quadro di comando?
Roberto Mutti