20170528

REGINA AONDIO AUSCHWITZ NUMERO 76.145 W La Repubblica


Enrico Magni
Regina Aondio nata ad Acquate, Lecco, 1'1 agosto 1920. La sua famiglia di origine è composta: padre, madre, quattro sorelle, un fratello morto in Russia. Lavora come operaia alla Bonaiti nel reparto trafileria. Nel 1944 è una ragazza madre. E' deportata ad Auschwitz per aver partecipato agli scioperi del marzo '44. Ritorna dal campo di concentramento e sposa Lino Funes e avranno una figlia. Lavora ancora per qualche tempo alla Bonaiti, poi per motivi di salute e per i figli la lascia.

La testimonianza di Regina Aondio ricalca la storia del lungo e tormentato ritorno da Auschwitz come ne La Tregua di Primo Levi. C'è l'angoscia del non ritorno. In Regina però c'è lo sguardo della vita al femminile, c'è la donna. Lei tocca una questione profonda dell'essere una deportata, è quella di aver visto cose inenarrabili che si desidera cancellare, rimuovere dalla memoria. E' il trauma dei deportati. Per anni, non solo i Governanti, sono stati operatori di rimozione, di negazione dell'umana barbaria, anche i deportati sono stati in un profondo e tormentoso silenzio. E' il silenzio dell'angoscia. In Regina però prevale quel sentimento di vita e di voglia di vivere che è il senso dell'umana liberazione dal male umano.

La mattina del 7 marzo del 43 lo sciopero iniziò e la mia vita cambiò. Eravamo stanche della guerra, sentivamo la lontananza dei nostri uomini, padri, fratelli, mariti, figli. Eravamo stanchi di non avere niente da mangiare. Lo sciopero coinvolse tutta l'Italia. Nel pomeriggio di quel giorno il capo reparto ci invitò a riprendere il lavoro, la situazione era veramente tesa. Infatti, dopo la pausa pranzo, un ufficiale e i suoi uomini ci portarono via in 22.
Gli uomini sono stati legati e portati a Malgrate, noi 7 donne siamo state caricate sul cellulare e portate  a Como. Con noi c'era anche il nostro padrone, Enrico Bonaiti, considerato complice, ci aveva dato il permesso di continuare a scioperare. Ma, buon per lui, è stato rilasciato subito perché anziano.
A Como ci rinchiusero in una palestra. La prigione era piena. Durante quei tre giorni conobbi persone di Como che avevano scioperato come noi. Con noi c'era una famiglia di ebrei, quattro o cinque intellettuali di idee socialiste, incominciai a capire grazie alle loro spiegazioni qualcosa di politica e della situazione in corso.
Noi donne partimmo alle cinque di mattina, con il nostro fagottello di biancheria. Pensavamo che ci avrebbero lasciate libere, invece siamo finite a Bergamo. Giunte lì, il capo della sezione fascista di Como ci disse: « Ragazze, se arrivano le camicie nere, alcune di voi saranno rilasciate, ma se arrivano i tedeschi, vi porteranno via tutte».
Si dimostrò gentile con noi, era come se ci avesse detto che gli sarebbe dispiaciuto se ci avessero deportate;  non poteva disobbedire ad un ordine venuto dall'alto.
Abbiamo attraversato Bergamo insieme ai prigionieri di Como e Varese, scortate dal plotone di esecuzione, come i condannati alla ghigliottina, ci  portarono in caserma. La caserma di Bergamo era il punto di incontro di tutta le gente proveniente dalla Lombardia.
Verso l'una di notte arrivarono parecchie persone provenienti da Genova, Torino e da altre città dell'Italia settentrionale. Siamo rimaste per tre giorni.
Un tedesco disse: « Domani partite ».  
Noi: «Ma dove andiamo?».
Tedesco: « Non lo so, mi è arrivato l'ordine: domani partite tutte».
Noi donne con alcuni ammalati siamo state caricate su un carro per raggiungere la stazione, mentre gli uomini procedevano a piedi in fila. Le strade strette di Bergamo erano piene di persone che ci guardavano. Noi donne ci caricarono con gli invalidi su un carro bestiame. Gli uomini furono ammassati in 50-60 per vagone.
Venne il Vescovo a benedirci. Capimmo che ci avrebbero portate via. Il Vescovo sapeva tutto.
Neanche quando siamo arrivati a Mauthausen, dopo tre giorni e tre notti di viaggio, non sapevamo dove fossimo. Divisero gli uomini dalle donne e cambiarono il treno. Tutti gli uomini scesero.



Era marzo, in  Austria faceva ancora un gran freddo, noi vedevamo questi morti che camminavano nella neve e che sollevavano pesi sulle spalle. Siamo poi ripartite.
Il treno ogni tanto si fermava per i bombardamenti. Provammo una grande e strana  emozione quando vedemmo in lontananza tante luci. Ovunque c'era l'oscuramento, mentre qui Porca miseria, che bello! Pare una città... siamo state caricate su un carro
Era  Auschwitz.
Ci sistemarono in un capannone  l'una di notte circa. Dalle fessure della porta vedemmo delle donne che indossavano un vestito a righe con un foulard in testa con scarpe senza calze: faceva  freddo.
Erano lì a fare delle buche per minare tutto il campo. I tedeschi, consapevoli dell'imminente sconfitta, con l'arrivo dei russi e degli americani, avrebbero fatto saltare in aria tutto il campo per non fare vedere quello che realmente c'era.
L'interprete chiese chi fossero le italiane, se eravamo ebree, e a risposta negativa, ci chiese che cosa avessimo fatto. Gli abbiamo rispostoAbbiamo scioperato, sabotato la fabbrica».
Ci disse:« Ragazze  se non vi numerano siete fortunate, resterete qui solo quattro o  cinque mesi; se vi numerano, di qui non uscirete più».
Tutti venivano numerati. Tutti erano numerati.
Porto ancora il numero 76.145. Sono stata tra le prime quel giorno ad essere numerata, la penna era piena, e mi è rimasto un segno ben evidente. La numerazione è durata circa mezz'ora, poi ci portarono nella sauna per fare la doccia. Ci fecero svestire, ci lasciarono nude per una notte. Faceva un freddo da morire. Il posto era una specie di tribuna, simile a quella di uno stadio. Noi e gli ebrei eravamo seduti in alto, mentre i ragazzi erano in basso. Poi ci diedero un paio di scarpe senza chiedere il numero, se calzavano bene, altrimenti pazienza, il vestito a righe con il numero da attaccare.
Nella camerata eravamo con alcuni russi. In un metro e mezzo di spazio, dormivamo in sette. Noi italiane ci siamo messe insieme perché avevamo paura di prendere qualche malattia, dal momento che eravamo in tanti. Il timore era quello di finire in ospedale. Pochi uscivano.
Durante i primi quaranta giorni abbiamo lavorato in campagna, ci misero in quarantena per non contagiare gli altri con eventuali malattie. Un giorno, mentre andavamo in campagna, mi venne a sete. Gina di Rancio prese un po' di neve, un tedesco le diede una stangata e una pedata.
Tutte le mattine sveglia alle quattro e mezza, avevamo un quarto d'ora per prepararci, poi c'era l'appello. Il cibo era scarso, la sera cí davano una pezzetto di pane grande come una fetta di pan carré, un pezzetto di burro, piccolissimo, due volte la settimana e il venerdì una fetta di salame . Tutto qui.
Passati i quaranta giorni, abbiamo continuato a lavorare in campagna, indossando lo stesso vestito leggero con il numero sia col sole, la pioggia e la grandine. In campagna gli uomini trasportavano il carro col letame, noi donne mondavamo il frumento.
I russi erano davvero bravi, ci insegnarono a separare il frumento dalle erbette. Se si sbagliava, erano botte.
Abbiamo iniziato a vedere i morti. Fuori dal lager facevano il mucchio di quelli che morivano sia nel campo che in ospedale. Quando facevano l'appello, caricavano i morti sul carro, li portavano al forno crematorio.

Incominciai  a capire cosa volesse dire campo di concentramento.
Sono rimasta ad Auschwitz per otto interminabili mesi, da marzo ad ottobre. Abbiamo scavato i campi, trasportato letame, spinto i carrelli che trasportavano materiale per la costruzione di strade. Una vita d'inferno.
Un giorno ci rimisero sul treno: eravamo 580 persone.
Ci portarono a Visciva, in Sassonia a lavorare in fabbrica. Costruivamo pezzi di aeroplano, le parti in cui erano inserite le bombe. I singoli pezzi erano poi assemblati dai tedeschi delle SS.
La situazione era migliore rispetto ad Auschwitz, ci davano la zuppa, ci sedevamo a mangiare al caldo, la fame era ancora tanta. All'inizio avevamo un comandante buono. Siamo rimasti lì fino alla fine della guerra. In aprile c'è stato un fortissimo bombardamento, anche la fabbrica fu  colpita, il 3 aprile è stata chiusa.
Durante questo periodo imparai le parole essenziali in russo e in polacco.  Un mattino la nostra Kapò ci disse in polacco: « Domani mattina alle cinque in punto dovete essere qui, a gruppi di cinque ». Non si sapeva mai la destinazione.
Si è apri il cancello e partimmo.
Abbiamo camminato tre giorni e tre notti. I tedeschi, quando erano stanchi, si fermavano, ma non ci davano niente da mangiare. Alla fine siamo arrivati ai treni.
Pensai: « Spero che mi carichino su qualche treno».
Finii su un carro bestiame, con i vagoni scoperti, così se pioveva ci bagnavamo tutte. Abbiamo girato fino al'8 maggio. Gli ebrei, che occupavano cinque-sei vagoni, furono staccati da noi. Non li abbiamo più visti. Non abbiamo mai saputo che fine avessero fatto.
Il l° maggio con il treno arrivammo nei pressi di una palude. Ci fermammo. C'era un ruscelletto, finalmente ci diedero da mangiare. Tutti i giorni ci portavano la minestra con un carro. Portarono via la locomotiva. Pensammo di andare al Creatore, alcuni giorni dopo sentimmo un fischio, ci  tranquillizzammo. Continuammo a girare finché raggiungemmo  Praga.
Non sapevamo che la guerra fosse finita Non avevamo notizie certe ma lo intuimmo. I tedeschi se ne stavano andando dalla città.
A Praga festeggiano la Liberazione il 1° maggio. Noi andammo a cercare un treno per rientrare in Italia. Anche i russi erano sulla via del ritorno.
Ci caricarono su un treno, riprendemmo a girare. Non era possibile ritornare a casa perché l'accordo di pace non era ancora stato firmato. Lo firmarono 1'8 maggio, e noi fin dopo mezzogiorno, abbiamo girato.
La situazione era cambiata, i tedeschi ci trattavano meglio. Avevamo sempre il timore che ci potesse succedere ancora qualcosa. Improvvisamente il treno su cui stavamo ancora viaggiando si  fermò. Noi pensammo: «Ci manca che non sia finita del tutto».
Elena, una donna del nostro gruppo, gridò: « Comandante Fithrer, uccideteci, non ne possiamo più». Io allora le gridai: « Salta giù dal treno, non c'è bisogno di urlare tanto. Se vuoi morire, muori».
Io avevo a casa un bambino, ero una ragazza madre.
Scendemmo subito dal treno in mezzo ai prati pensando: « Per lo meno ce ne andiamo ».
Poi ci hanno gridato: « La guerra è finita! Tutti via!»
Eravamo tutti in mezzo al prato a mangiare l'erba cucca, l'acetosella, morivamo dalla fame. Eravamo in sette e deliravamo.

Ci liberarono al confine tra l'Austria e la Cecoslovacchia. Ma non sapevamo esattamente dove. Abbiamo iniziato a camminare, ma alcune erano malate, avevano una forte diarrea e non ce la facevano, ci toccava  trascinarle. Non potevamo andare velocemente.
Ci organizzammo: due o tre andavano avanti, una si fermava con le malate. Non c'era da mangiare per nessuno, quando trovavamo una fontanella, bevevamo l'acqua che almeno lavava l'intestino. Infine trovammo una fattoria. Si vedeva che c'era qualcuno, perché i campi erano coltivati a frumento. Ci abitava una polacca con tre slavi.
Erano partigiani. Per loro era una vita dura. Avevano quindici anni ed erano già partigiani. Passammo la notte nel fienile, però prima ci diedero una tazza di latte e pane.
La notte successiva ci fermammo dove c'erano i treni, almeno lì non avevamo niente da temere. Eravamo sette ragazze. Avevamo paura, ci avevano detto di stare attente, c'erano quelli delle SS che scappavano, per salvarsi uccidevano con facilità.
Incontrammo dei soldati italiani reduci dalla guerra. Un capitano mi diede una pedata, credendo che fossi tedesca, dato che non indossavamo più il vestito a righe da quando eravamo andate a lavorare in fabbrica. Gli spiegammo che non eravamo tedesche, mostrammo il numero sul braccio. Venivamo da Auschwitz. Ci portò in uno  casello ferroviario, ci diede un po' di pasta, una bottiglia di Whisky, un po' di caffè, senza zucchero, non ce n'era più.
Il capitano ci avvertì: « Guardate che ci sono in giro ancora tanti tedeschi. Alle sette chiudetevi dentro, non uscite più fino al mattina; ma attenzione anche ai nostri soldati perché alla sera bevono ».
Vicino a noi c'era un campo di smistamento di tutti i soldati che avevano combattuto contro i tedeschi.
Fu un periodo tremendo. Durante la guerra, per sopravvivere si fanno cose che mai si penserebbe di fare, ci si impossessava delle cose che si trovavano. Gina, una sera, che era una sarta di Fiume o Gorizia, trovò del filo, delle forbici e da alcuni materassi, a quadretti bianchi e azzurri, cucimmo a mano sette sottane con il filo tolto dai materassi. A volte rubavamo le uova e le poche cose commestibili che trovavamo.
I russi ci avvertirono che lì vicino c'era un treno carico di fecola, allora noi, con qualche altro italiano, andavamo a prenderla per fare il semolino, senza sale e altro condimento. Non c'era proprio niente, per lo meno avevamo l'acqua. Poi siamo ripartite a piedi, ma non sapevamo nemmeno da che parte fosse l'Italia, però ci sentivamo più in forze e pensavamo: «Troveremo pure una strada per l'Italia in mezzo alla campagna».
Per combinazione, mentre scendevamo abbiamo sentimmo cantare Dove sei stato mio  bell'alpino.  Era un gruppo di soldati che tornava a casa. Raccontammo la nostra storia e ci aggregammo a loro. Per la strada incontrammo altri italiani, finalmente ci sentimmo al sicuro. Nessuno si permetteva di molestarci, il generale ci proteggeva, aveva detto ai suoi uomini: « Queste ragazze vengono da Auschwitz. Avete visto come sono conciate. Se mi accorgo che qualcuno fa loro una carognata, quello lì non torna più in Italia ».
Siamo rimaste per quattro giorni nell'accampamento di questo generale: i malati c le donne dormivano nelle baracche.
A Passau gIi Americani ci bloccarono, ci misero in un campo di smistamento dove c'erano soldati francesi e americani. Finalmente avevamo una cameretta. C'era da mangiare. Andavamo a prendere il sole in un prato, accompagnate sempre da un italiano.
Un bel giorno Io e Rosetta, che era di Milano, stavamo parlando in dialetto, un americano ci chiese se fossimo italiane: « Sì, di  Lecco » .  
L'americano : « Allora capite il bergamasco, capite quello che dico! I miei genitori erano di Bergamo. Noi siamo cresciuti in America dove i miei nonni sono emigrati. A scuola abbiamo sempre parlato in inglese perché eravamo obbligati, ma a casa, sempre in bergamasco. Mio nonno non voleva dimenticare la sua lingua. Vi danno da mangiare? ».
Noi:«Non troppo».
L'americano: «Allora non preoccupatevi perché io, quando monto la guardia, vi porterò qualcosa».
Ci portava mezzo filone di pane e qualche pezzetto di burro. Dovevo scendere a riva a prenderlo, perché lui non si poteva muovere. Siccome c'era un nascondiglio vicino alla pianta,  gli suggerii: «Metti lì il pacchetto, fai finta di niente. Io quando scendo porto via il pacchetto». Avevamo fatto delle tessere abusive. Gli italiani avevano rubato in una banca, ci avevano portato moltissimi marchi. Con le tessere andavamo a fare la spesa; la gente non immaginava neppure che stessi in un campo di smistamento. Avevamo così la porzione di pane, mutandine, magliette. Con i marchi acquistavamo tutto il necessario e pensavamo: «Chissà che miseria c'è in Italia!».
Avevo conservato parecchi marchi da portare a casa alla mia famiglia, ma non ci sono serviti, furono svalutate tutte le monete.
Comunque rimanemmo lì un mese e mezzo. Non potevamo tornare in Italia, gli Americani avevano bombardato e distrutto tutti i ponti per non far passare le armi. Aspettammo  che li ricostruissero. Eravamo in tanti.
Partimmo il 13 luglio, in cinque giorni siamo arrivati a casa. Abbiamo viaggiato attraverso l'Austria.
A Vienna incontrai una veggente di Milano, mi feci leggere la mano. Mi disse che sarei tornata a casa, che avrei trovato una situazione un po' disperata, ma alla fine mi sarei sistemata bene. La mia famiglia non sapeva nemmeno dove fossi stata, non ci siamo mai scritte.
Quando sono tornata a casa è stato un bel sollievo per mia mamma, soprattutto per il mio bambino. Ero ero una ragazza madre. La mamma stava con mio figlio e col nonno, si era ammalata dalla disperazione.
La veggente mi disse che mi sarei sposata con un uomo che era stato deportato  e avrei avuto un altro figlio. E infatti ho sposato Funes, con il quale avevo lavorato. Era stato portato via con me. Ci sposammo subito dopo il mio ritorno.
Funes, il mio uomo, è stato a Mauthausen assieme a Galbani. Non ha più voluto sentir parlare di guerra e di Germania. Ne ha passate tante! Lui ha fatto tutta la guerra, è stato anche in Albania.
Quando ci troviamo con gli amici e si parla di guerra lui va via. Anch'io però, che ne ho parlato tanto, sono stufa, soprattutto di finire sui giornali.
Ho lavorato come un asino per dare una professione ai miei figli. Per forza!
Non c'è stato nessun trattamento di favore verso noi deportati.

 



Tratta dal libro: Una Lunga storia di Libertà dalla Resistenza all'impegno sindacale, Camera del Lavoro di Lecco, edizioni Logos 1996.