20170727

LE QUATTRO CARTE DA GIOCARE DEL TURISMO LECCHESE TRA STORIA E ARCHEOLOGIA



di Claudio Redaelli
 Ci sono almeno quattro capitoli sui quali lavorare e ai quali ricondurre risorse, interventi ed iniziative su precisi obiettivi riguardanti anche strutture ricettive, infrastrutture, richiami per il turismo lecchese. Quattro carte da giocare in una partita che, come si accennava affrontando lo stesso argomento nello scorso numero, può essere decisiva per il futuro non solo della città e della sua provincia, ma di tutto il comparto centro settentrionale della Lombardia, quello che, ce lo insegna proprio la storia, dai tempi protostorici delle popolazioni ibero liguri, svolge la funzione di cerniera tra la pianura e le montagne della nostra regione.

La storia ci ha consegnato un numero significativo di chiese romaniche disseminate intorno a Lecco (San Pietro e San Benedetto sul monte di Civate, San Calocero in Civate, il battistero di Oggiono, San Giorgio in Annone, Santi Nazaro e Celso in Garbagnate Monastero, San Nicolò a Figina, Santo Stefano a Bulciaghetto, San Salvatore a Barzanò, San Vito sempre a Barzanò, Santa Giustina a Casatenovo, Santi Gottardo e Colombano ad Arlate, Sant’Alessandro a Cavonio, Santa Margherita a Somadino, San Giorgio a Mandello, Santa Maria di Olcio, San Giorgio in Varenna, San Giovani pure a Varenna, San Martino a Perledo, Santi Quirico e Giulitta a Dervio, San Nicolò a Piona…): la loro ricerca e valorizzazione prende spunto da quella luce di religiosità in cui il Manzoni colloca gli edifici sacri. Non si ha quindi la pretesa di fare solo un discorso d’arte. Molto più semplicemente si desidera riandare alle testimonianze di fede che i nostri progenitori dell’età medioevale ci hanno lasciato. Questi messaggi non sono soltanto di pietra; celati su un monte, incorniciati tra le fronde dei castagni, proiettati sullo sfondo del lago, questi templi, spesso modesti, ci recano il palpitare ancora vivo degli ideali che mossero i costruttori, l’eco del salmodiare austero di monaci, l’immagine di coloro che vi trassero in fidente orazione. Farà bene non solo alla cultura ma anche al nostro spirito raccogliere quelle memorie che ci giungono da tempi lontani.

In questa nostra terra lecchese, corsa da mille eserciti, insanguinata da mille battaglie, castello è quasi sempre sinonimo di apprestamento difensivo; e la torre ha soprattutto funzione di avvistamento. Fu al principio dell’undicesimo secolo - narra Ignazio Cantù nelle Vicende della Brianza e de’ paesi circonvicini - che anche qui da noi le popolazioni «a capo di ogni villa, sul cocuzzolo d’ogni collina, eressero fortificazioni, di molte delle quali scorgiamo ancora vestigia». Non abbiamo, qui, costruzioni che le guide possano classificare importanti; castelli e torri - la Viscontea a Lecco, la Torraccia e poi la torre di Crebbio in Abbadia, e poi su fino a Vezio e Corenno Plinio, per poi ridiscendere attraverso Introbio alla Rocca di Somasca dove la tradizione della topografia manzoniana colloca il castello dell’innomiato, e poi Brivio e Imbersago, Merate e Cernusco, Perego e Dolzago fino a Tregolo e Tabiago - delle nostre parti hanno quasi un che di casereccio, di modesto, senza pretese. Eppure quelle pietre scandiscono la storia, reliquie di un passato non inglorioso della nostra gente. In questa luce, non con l’occhio freddo del catalogatore, vogliamo guardarle.
Andar per ville è occasione per cogliere elementi di bellezza che integrano una natura ancora oggi incantevole pur avendone la mano dell’uomo fatto scempio, per riscoprire tesori d’arte, per rievocare vicende e personaggi d’altri tempi. Dalla villa Manzoni al Caleotto di Lecco si muove un itinerario che si snoda poi su per il lago dov’è la Monastero di Varenna e tra le colline di Brianza, con ville innumerevoli - vengono immediatamente in mente la Gnecchi di Verderio Superiore, la Lurani di Cernusco, il Buttero di Olgiate Molgora, la Greppi di Monticello, la Subaglio di Merate, la Belgioioso pure a Merate dove Alessandro Manzoni - rieccolo, sempre lui, come non farne i conti - scolaretto nel collegio dei Somaschi si racconta che vi nascondesse trappole per lepri, ingegnosamente costruite in collaborazione con il piccolo amico Battista Pagani - quali  gelosamente celate alla vista, quali offerte all’ammirazione. Pennellate architettoniche, tracciate dalle mani del Muraglia, del Pollak, del Richino, del Muttoni, del Cantoni, del Cagnola, del Patroni, del Canonica, del Chierichetti. Un ritorno alla vecchia Brianza, quella che, tra il sette e l’ottocento, diceva il Linati, «accolse uno dei panorami d’umanità più intensa, di signorilità più garbata che in Italia si potesse vedere».
L’archeologia industriale, infine, in un percorso che abbraccia miniere e tracce di forni fusori, trafile, ruote e magli idraulici, filande e ferriere. Dove abbondano le testimonianze materiali dell’uomo che valorizzano la grande storia di Lecco, quella del ferro e della seta. Renzo era filatore di seta e Lucia anche lei setaiola. Non si scappa dal Manzoni, neanche a volerlo.
In Fermo e Lucia, la prima stesura del romanzo che sarebbe divenuto I Promessi Sposi, il Manzoni si lasciava andare a un sia pur controllato sentimento di nostalgia per l’«amenissimo piano che è posto al mezzogiorno del Monte Barro». Scriveva infatti: «La giacitura della riviera, i contorni, e le viste lontane, tutto concorre a renderlo un paese che chiamerei uno dei più belli del mondo, se avendovi passata una gran parte della infanzia e della puerizia, e le vacanze autunnali della prima giovinezza, non riflettessi che è impossibile dare un giudizio spassionato dei paesi a cui sono associate le memorie di quegli anni». Questo brano è stato espunto nelle successive redazioni del romanzo, così come la descrizione della vegetazione (come si sa, il Manzoni era, in botanica, assai più che un dilettante): carpini, faggi, qualche abete, sorbi, dafani, il cameceraso, il rododendro ferrugigno, il pruno, il biancospino, il melagrano, il gelsomino, il lilac e il filadelfo. E tuttavia nella famosa pagina iniziale - «Quel ramo del lago di Como» - si  sente in trasparenza il riverbero fascinoso di quello «sfondo azzurro di acque e di montagne». Gli anni e le stagioni che Alessandro trascorse in quel paesaggio quieto tra lago e costa, nella villa paterna del Caleotto, furono i più sereni e felici della sua vita. In tutto il romanzo, la vibrazione nostalgica si rinnova: la vista o il pensiero dei monti, dell’Adda, del lago, della cresta dentata del Resegone accende d’affetto l’anima di Lucia, di Renzo, di Agnese. I Promessi Sposi è sì una «storia milanese»; ma il suo cuore segreto è nel territorio di Lecco.
Oso dire che Manzoni è, per i luoghi cari al suo cuore, un eccellente propagandista turistico. Quando Renzo, alle porte di Milano, «vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino», egli anticipa mirabilmente lo stupore, l’ammirazione, e la gratificazione gioiosa di un turista contemporaneo che arriva in un luogo da tempo noto e desiderato.

Si può osservare che uno dei motivi di modernità dei Promessi Sposi è che il romanzo è “girato” per buona parte in “esterni”. Ma non è il caso di tirarla troppo per le lunghe. Basta avere accennato a quanto viva fosse nel narratore l’attenzione agli scenari paesistici e naturali. L’atlante manzoniano è sempre un atlante dei sentimenti, ma non trascura lo scenario naturale, i colori della realtà.